La provvidenza di Dio in tempi di crisi

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Indipendentemente dalla forma che assumono, le crisi suscitano legittimi interrogativi sulla provvidenza di Dio: dov’è Dio quando soffriamo? Ci ha dimenticato? Ci punisce? Ha ancora tutto sotto controllo?

 

Non credo che un trattato che risponda pienamente a queste domande sia mai stato o mai sarà scritto. La mancanza di risposte soddisfacenti in tempi di crisi deriva molto probabilmente dalla nostra incapacità di penetrare, valutare e trarre conclusioni definitive sulle interazioni di Dio con le persone e sulle loro infinite possibilità di scelta. Tuttavia, ci sono alcuni punti sicuri che inquadrano il dibattito, fornendo una prospettiva equilibrata su Dio che si prende cura di noi. Di seguito ne citerò tre.

 

“Dio ha parlato una volta, due volte ho udito questo”.

La Provvidenza opera molto prima che inizi una crisi. Questa prima forma di interesse da parte di Dio si esprime nella conoscenza collettiva che la sapienza divina ha generato nel tempo e che ha funzionato come una cassetta del pronto soccorso, indispensabile in tempi critici. La legislazione biblica stabilisce misure precauzionali per prevenire diverse tipologie di crisi, come per esempio misure preventive per isolare i lebbrosi (Levitico 13:45-46) o per creare un bagno fuori dal campo israelita nel deserto (Deuteronomio 23:12-14). Le norme di quarantena e di igiene che sono state offerte fin dai tempi antichi sono ancora alla base della corsa contro il tempo quando si tratta di epidemie o pandemie. Esse costituiscono il kit essenziale e sono a disposizione di chiunque. Ci viene detto che quando Dio ci parla una volta, è bene ascoltarlo due volte (Salmo 62:11). O tre volte. O ogni volta che una malattia contagiosa appare sul pianeta.

 

Nascosto eppure presente

La provvidenza ci rimane in gran parte nascosta, soprattutto a causa dei recettori sottosviluppati o atrofizzati che utilizziamo per cercare di riconoscere la presenza divina. In alcuni casi siamo noi che abbiamo erroneamente riprogrammato questi recettori, in modo da sentire il tocco della divinità solo nei super miracoli della vita. Le crisi ci danno la possibilità di resettare i nostri recettori, di ridefinire l’intervento divino, di riscoprire il miracolo di vivere un altro momento, un altro giorno, un’altra settimana, e così via. E, se abbiamo l’onore di essere tra coloro che escono da una crisi per miracolo, non esprimiamo il misero pensiero che ciò è avvenuto perché siamo migliori degli altri. Il messaggio del miracolo è proprio il contrario: Dio ci ha prestato dei momenti per riempirli di contenuti. Non conosco nessun altro ingrediente più capace di riempire i nostri momenti di sostanza rispetto all’amore espresso in gratitudine a Dio e in empatia verso il nostro prossimo. Inoltre, se ogni momento fosse visto e vissuto come fosse l’ultimo, l’effetto sarebbe quello di raggiungere l’ideale dell’etica, l’apice della vita, la serenità che deriva dall’armonia con il Creatore e la Sua creazione.

 

Nelle fiamme, anche quando non le spegne

Sto ancora discutendo su quale sarebbe il più grande miracolo: che Dio spenga le fiamme della crisi o che si unisca a noi in mezzo a esse. Opterei per quest’ultima opzione, per due motivi. In primo luogo, mi ricorda la chiara e tranquilla affermazione dei tre giovani che si trovavano davanti alla fornace ardente: “… il nostro Dio, che noi serviamo, ha il potere di salvarci e ci libererà dal fuoco della fornace ardente e dalla tua mano, o re. Anche se questo non accadesse, sappi, o re, che comunque noi non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai fatto erigere”. (Daniele 3:17-18). In secondo luogo, mi ricorda la più grande pandemia che abbia mai colpito il nostro pianeta: la malattia contagiosa del peccato. Per salvare il maggior numero possibile di persone, Gesù lasciò il cielo, il suo luogo sicuro, entrò nella stanza del peccato e sperimentò la febbre e le convulsioni dell’umanità: “egli lo ha fatto diventare peccato per noi” (2 Corinzi 5:21).

L’esempio dei tre giovani e di Gesù mette in evidenza una meta di gran lunga superiore all’istinto primario di preservare la vita. Più importante del raggiungimento della meta della sopravvivenza è vivere una vita pura, imbattuta, priva di compromessi e deviazioni dall’obiettivo.

 

 

Di Daniel Olariu, un dottorando del Dipartimento di Bibbia dell’Università Ebraica di Gerusalemme

Fonte: https://st.network/health/covid-19/gods-providence-in-times-of-crisis.html

Traduzione: Tiziana Calà

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