La chiesa e le persone con delle dipendenze : l’accoglienza come unica opzione cristiana

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“Sei una persona meravigliosa!”.

Il problema è che non mi sento poi coì meraviglioso. Soprattutto guardando gli altri. Gli altri, loro sì che sono meravigliosi, quelli guariti, che gioiscono nell’amore. A me invece manca la pace : vivo nell’illusione, sono diverso, non vivo bene. E infatti mi sembra di essere come Sisifo : per aver sfidato gli dei, Sisifo fu condannato a spingere una roccia per sempre fino in cima ad una collina da cui riscendeva ogni volta che stava per arrivare alla meta. Ed ecco il racconto di Omero: “E vidi Sisifo che subiva dei dolori atroci e spingeva un’immensa roccia con le mani. Si sforzava, spingendo anche con i piedi fino alla cima di una montagna. E quando stava per arrivare in cima, gli veniva meno la forza, e l’immensa roccia rotolava fino ai piedi della montagna. E cominciava tutto di nuovo, e il sudore colava sul suo corpo, e la polvere si alzava sulla sua testa”[1].

Sisifo sono io, quando mi sembra che la vita sia tutta una ripetizione di atti privi di senso. Per Albert Camus “la lotta stessa verso la cima  basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo contento”[2]. Ciononostante, una domanda viene spontanea: e se non era contento? Lo sforzo senza senso consumato nella solitudine: è proprio a questa solitudine e alla mancanza di senso che la mente umana cerca una soluzione.

 

Domande

Nella Bibbia, due domande fondamentali vengono fatte all’uomo. Dio, passeggiando per il giardino dell’Eden, non vede l’uomo e la donna, che si nascondono da lui. « Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse ‘Dove sei ?’ » Genesi 3 :9[3]. Questa domanda viene costantemente ripetuta, perchè Dio mi invita sempre a riflettere, a riscoprirmi al centro dei suoi propositi- anche quando mi nascondo- a trovare il mio posto, a capire perchè spingo questa immensa roccia. Dove e perchè avanzare, resistere, rimbalzare e costruire con tanto sforzo?

A questa prima domanda ne segue un’altra: “Per le persone, chi è il Figlio dell’Uomo?.. Ma voi chi dite che io sia?” (Matteo 16 :13-15). L’essere umano che trova il tempo di fermarsi per riflettere sulla sua condizione, che sente il bisogno di dare un senso alla sua vita, al suo dolore, ai suoi drammi, ai suoi sforzi, ai suoi successi, è colui che guarda oltre se stesso per trovare uno sguardo che gli possa dare conforto, speranza, una direzione. Ma spesso l’immagine che ho di Dio, ciò che so o penso di sapere di Dio, è determinata da ciò che gli altri dicono di Lui. Gesù mi involucra allora a un livello più personale e mi chiede “tu cosa ne pensi?”. È importante capire Geù sulla base di ciò che ha fatto per dare un senso alla mia vita. In che modo Gesù accoglie e dà un senso alle persone che non si sentono “meravigliose”?

La parabola del granello di senape

Luca 16:18-19: “Gesù disse dunque ‘A cosa assomiglia il regno di Dio? A cosa lo paragonerei? Ecco cosa sembra: un granello di senape che un uomo ha preso e buttato nel giardino: cresce, diventa un albero e gli uccelli del cielo abitano tra i suoi rami”.

In questa parabola ci sono almeno due anomalie che non sono evidente al lettore di oggi[4]. Se fossi un ebreo del primo secolo, questa espressione di Gesù mi sembrerebbe molto strana: “un granello di senape che un uomo ha preso e buttato nel suo giardino”. La parola ‘giardino’ qui è molto strana! Pechè? Nella Torah si trovano alcuni precetti : le leggi delle diverse specie/tipi. Un esempio è quello di Levitico 19 :19b « non seminerai il tuo campo con delle specie diverse ». Questa regola aveva lo scopo di portare ordine nel mondo caotico, e ristabilire l’ordine era legato alla divisione tra il sacro e il profano, al rispetto dei confini tra il puro e l’impuro. La pianta della senape è stato oggetto di discussione tra i rabbini che si interrogavano sull’applicazione della legge delle specie diverse. Nella Mishnah[5] si legge che non si poteva seminare ogni tipo di seme nel giardino, ma che si poteva seminare ogni tipo di verdura: la senape e altri piccoli granelli sono considerati come semi, mentre i grossi semi sono considerati verdure (m. Kilayim, 3.2). Quindi, il granello di senape non poteva essere seminato nel giardino. E farlo sarebbe stato considerato come piantare qualcosa di impuro in una realtà pura. Era socialmente e religiosamente inaccettabile.

La seconda anomalia si trova nell’espressione “cresce, diventa un albero”. Gli ebrei conoscevano bene la differenza tra un arbusto e un albero. Sempre nella Mishnah, si trovano delle liste di alberi, arbusti e verdure, e la senape è chiaramente classificata come un arbusto (m. Kilayim 1.4). Quindi la parola “albero” nella parabola è sorprendente. Spesso Gesù quando raccontava una parabola, aveva lo scopo di sorprenderé il suo pubblico per spingerlo a vedere un senso simbolico. Com’è possibile che qualcuno osi piantare un granello di senape nel suo giardino? E com’è possibile che un arbusto diventi un albero? Gesù rincara dicendo che « gli uccelli del cielo abitano sui suoi rami ». Queste parola, aparentemente superflue, sono una referenza alla Bibbia. È proprio questa citazione che dà la chiave di interpretazione della parabola. Nel libro del profeta Ezechiele, Dio fa una promessa al suo popolo “Pianterò nella montagne che domina Israele; avrà rami e porterà frutto; diventerà un cedro magnifico. Tutti gli uccelli di tutte le specie abiteranno su di lui; dimoreranno all’ombra dei suoi rami » (Ezechiele 17 :23). Nella sua parabola, Gesù descrive l’arbusto di senape con dei termini profetici. Questo arbusto è destinato ad essere un albero per la grazia e la forza di Dio.

Qual è dunque il signficato di questa parabola per la Chiesa di oggi? Comincia con una metafora di impurità. Un piccolo grano è gettato in un giardino che non è predisposto ad accoglierlo. Quando sono in crisi, combatto contro problemi di ordine morale, spirituale, físico, quando penso che la mia vita non sia meravigliosa, sono questo granello di senape. Siccome sono “inadeguato”, il mio posto non è in questo giardino. Ma Gesù mi dimostra che questo granello di senape ha il suo posto nel giardino. In realtà, questo giardino è il posto in cui ha bisogno di trovarsi, il posto in cui ha più possibilità di svilupparsi, nonostante le previsioni. Cosa ci si aspetta da un granello di senape? Un arbusto o un albero? Che cosa ci si aspetta da una persona come me, da una vita come la mia? Gesù mi dice “accetto con grazia questo granello di senape, perchè in me può diventare un albero magnifico”. Sì, nell’economia di Dio, l’arbusto diventa, attraverso la Sua Parola, un albero. Gesù con questa breve parabola, mi invita a vedere in lui il luogo di accoglienza per eccellenza. La parola “accogliere” viene dal latino “colligere” che vuol dire “mettere insieme”. Quando vengo accolto, non sono solo con qualcuno per ricevere conforto; si tratta anche di avere la possibilità di mettere insieme i pezzi della mia vita per trovarne un senso.

Senso senza solitudine

Gesù accoglie ogni essere umano che desidera andaré verso di lui, e lo fa a un livello personale: “Dove sei? Chi sono io per te ? ». Ma lo fa anche per la comunità dei credenti, la Chiesa. La Chiesa è l’insieme di persone che hanno deciso di fidarsi di Dio per essere acccolti in Gesù. Queste persone che ormai chiamo fratelli e sorelle per la fede in comune, ma anche gioie e dolori in comune, sono il “luogo” in cui posso vivere pienamente e condividere il senso ritrovato della mia vita, ma anche avere e dare sostegno per le battaglie del quotidiano. Gli psicologi Mary-Catherin Freier Randall e Todd Burley, professori dell’università di Loma Lina e dell’ospedale dei bambini della California, hanno scritto “.. coloro che sono dipendenti dalle sostanze sono spesso in grado di spiegare gli effetti negativi della loro dipendenza. Così, (..) siamo sorpresi nel constatare che questa consapevolezza non li aiuta a smettere ciò che è visto come un comportamento autodistruttore. (…) Le nostre dipendenze non sono dei comportamenti che rispondono a dei bisogni illegittimi, ma dei comportamenti che abbiamo adottato per far fronte a dei bisogni legittimi. Ciò che bisogna capire dunque è che la dipendenza non è la maniera corretta per soddisfare un bisogno. Bisogna cambiare la maniera in cui soddisfiamo il nostro bisogno, non il bisogno in sè. (…) Ciò è possibile con delle relazioni personali sane. Le ricerche dimostrano che le persone che hanno cambiato il loro comportamento (e quindi si sono liberate dalle dipendenze) ci sono riuscite grazie a delle relazioni benefiche. E’ per questo che bisogna fare attenzione a non giudicare nè a evitare coloro che sono nella dipendenza »[6].

Siamo tutti nati rovinati, imperfetti, in un modo o nell’altro, che sia a causa di una dipendenza o meno. Gesù mi dice che se la vita non è come desidero, se mi sento come Sisifo, se non mi sento a mio agio alla presenza di Dio o dei cristiani, allora forse sarebbe meglio guardarmi attorno: sono come tutti gli altri, come un granello di senape, ed è in Dio, e poi nella comunità di credenti, il posto in cui devo essere per dare di nuovo un senso alla vita, il posto in cui posso diventare più di un semplice arbusto.

Di fronte alla fragilità dell’uomo postmoderno e al suo bisogno di trovarsi in una dinamica relazionale collettiva benéfica (la Chiesa!), bisogna chiedersi se la chiesa è veramente pronta ad accogliere “l’altro” così come Gesù continua a farlo. Sentirsi accolti, confortati, meravigliosi: conoscere il carattere di Dio, le sue motivazioni e i suoi buoni propositi per ognuno di noi come sono stati rivelati in Gesù; non sono questi dei bisogni legittimi che possono veramente liberare dalla paura della morte, la paura del futuro, dall’estenuante vita esistenziale? Non è quindi la comunità di credenti il “luogo” ideale per questa esperienza? 

Conclusione

La chiesa si trova nel bisogno di riflettere sulla sua capacitá e la sua volontà di accoglienza. Bisogna confessare il malessere generale che attacca le nostre comunità di fronte alla prospettiva di accogliere, non solo come ospiti, delle persone « diverse ». Troppo spesso dimentichiamo che l’essere umano ha bisogno di essere accolto da Gesù, di lasciarsi trovare, di permettergli di indicargli il senso e la direzione mentre è intento a sforzarsi per spingere la roccia verso la cima della collina. È tempo di rendersi conto che la sofferenza- una realtà universale- in sè non produce necessariamente la pazienza nè la crescita; al contrario, può rendere più duri o annientare l’essere umano. Solo la sofferenza che è in qualche modo sostenuta e gestita con la fede produce crescita, poichè si circoscrive in una vita che ha senso e che permette di sopportare, o relativizzare, i nostri drammi. Gesù è il “luogo” di accoglienza per eccellenza, colui che può « mettere insieme » ciò che sembra essere una massa senza senso e aleatoria di briciole di vita. La Chiesa, come corpo di Cristo, deve poter osare e dire a tutti “non vi sentiate a disagio: come lo dimostra la parabola del granello di senape, nessuno è inopportuno nel giardino di Dio, perchè è qui che i piccoli granelli possono diventare alberi”.

[1] Odissea, XI, 592-600.

[2] Albert Camus, Le Mythe de Sisyphe, Gallimard, 1942, testo online : https://wikilivres.info/wiki/Le_Mythe_de_Sisyphe

[3] I testi biblici sono della versione Nouvelle Bible Segond.

[4] Le   due « anomalie»  presentate in questa discussione sono state identificate da Bernard B. Scott nel suo libro

Hear Then The Parables. A Commentary on the Parables of Jesus, Fortress Press, Minneapolis, 1989, p. 373-387.

[5] Compilazione scritta delle leggi orali ebraiche composte intorno all’anno 200 d.C. ma che contengono anche delle tradizioni più antiche.

[6] Kiti Freier e Todd Burley, « Knowing Better and Doing Better. The role of memory in addiction », in Adventist Review (online edition), testo online : http://www.adventistreview.org/2003-1531/story2.html Nella stessa edizione si trova il  libro di Johann Hari, Chasing The Scream: The First and Last Days of the War on Drugs, Ney York, Bloomsbury Circus, 2015, e troviamo un riassunto in francese in : https://www.huffingtonpost.fr/johann-hari/causes-addictions-drogues_b_6643266.html, in cui si legge: « L’aumento dei comportamenti dipendenti è il sintomo di un malessere radicato nel profondo che ci spinge a privilegiare il nuovo gadget che ci piace piuttosto che le persone che ci circondano. In uno dei suoi testi, Georges Monbiot ha qualificato la nostra epoca come « l’era della solitudine ». Secondo Bruce Alexander (…) ci preoccupiamo da troppo tempo di guarire la dipendenza caso per caso. È il momento ormai di dirigere i nostri sforzi verso una guarigione sociale: come guarire, tutti insieme, dalla malattia dell’isolamento che si è abbattuta su di noi. (…) Sono quindi tornato a casa, deciso a condividere il quotidiano dei tossicodipendenti del mio intorno, e a testimoniare un affetto incondizionale, indipendentemente dal fatto che possano smettere o meno”.

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