Alcune buone motivazioni per leggere la Bibbia

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Per alcuni è una tradizione antiquata, un fanatismo o una pratica bizzarra. Per altri, un talismano per attirare il favore divino. La Bibbia è forse qualcosa di più di un’intimidatoria accozzaglia di genealogie, simboli e istruzioni?

 

È un dato di fatto supportato dalle statistiche: non siamo una società affascinata dal piacere della lettura. Un’indagine dell’IRES ha mostrato che nel 2012 il 50% degli intervistati non aveva letto un solo libro in tutto l’anno, mentre il 21% era riuscito a finire uno o due libri al massimo.

Un anno prima, lo stesso istituto aveva condotto un’altra indagine che mostrava come la Bibbia fosse ancora il secondo titolo più popolare, dopo “Via col vento”, ma prima di altri romanzi noti come “I tre moschettieri”.

 

Perché leggere la Bibbia: alcune motivazioni davvero importanti

I titoli più popolari non sono necessariamente i più letti, o almeno questo sembra essere il caso della Bibbia, se analizziamo i dati di un sondaggio iVox del 2012 intitolato “Quanto, come e cosa leggono i rumeni?”. L’indagine ha mostrato che i libri di narrativa sono i più popolari tra i lettori, mentre i libri religiosi e spirituali attirano solo il 4% del pubblico di lettori.

Secondo l’American Bible Society, la Bibbia non occupa più la posizione privilegiata di un tempo nelle preferenze degli americani. Un sondaggio del 2014 ha mostrato un calo del numero di persone che la leggono e ne apprezzano gli insegnamenti.

Ci sono molte spiegazioni per l’esclusione della Bibbia dalle liste di lettura e di studio di coloro che ancora mantengono viva l’abitudine. Si va dalla mancanza di tempo, allo scetticismo e al disinteresse, fino all’impressione negativa data dalla mancanza di un impatto reale della Bibbia su alcuni dei suoi fedeli lettori. Ma se si dovesse cercare un denominatore comune nelle ragioni che spingono a ignorare questo libro, probabilmente si tratterebbe di un senso un po’ vago o più chiaramente accentuato della sua mancanza di rilevanza per le persone del XXI secolo.

Al contrario, i lettori fedeli mantengono questa abitudine proprio perché credono che la Bibbia faccia davvero la differenza nella loro vita. Questo nonostante il fatto che esponga il lettore a valori e norme che, non di rado, minano i sistemi di valori consolidati. O forse è proprio per questo che fa la differenza.

 

Andare oltre: un intero universo

Lo scrittore americano Eugene Peterson una volta raccontò la storia di un’eccentrica signora novantenne della chiesa in cui era cresciuto. Un giorno gli fu chiesto di andare a farle visita con dei biscotti fatti in casa e l’esperienza lo riempì di terrore. Il bicchiere di latte che la signora Lychen gli offrì, invitandolo a gustarsi i biscotti con lui, lo trattenne per qualche minuto nella casa buia, dove le tapparelle non venivano alzate nemmeno di giorno. La signora Lychen stava lì, con il suo viso pallido e ossuto che ricordava al ragazzo spaventato le storie di streghe.

Più tardi, Peterson si immaginò di tirare su le tapparelle e di gridare alla proprietaria di casa, così amante del buio: “Guardi fuori! Vede? C’è un pioppo e un falco sul ramo più alto! E un cervo dalla coda bianca. Sorella Lychen, c’è tutto un mondo buono là fuori!”.

La Bibbia ci offre un’immagine caleidoscopica di un mondo che trascende la nostra esperienza limitata, pur integrandola. Promette l’esperienza di un viaggio di guarigione, senza fretta, al di là della nostra visione frammentata, delle nostre esperienze, delle nostre certezze e dei nostri sistemi di riferimento. Promette di sollevare le tapparelle affinché la luce che entra possa portare in superficie i pezzi mancanti del nostro puzzle di vita.

 

Il fallimento morale dei lettori fedeli

L’incapacità della Bibbia di avere l’effetto desiderato da alcuni che la considerano Parola di Dio è una questione delicata. È difficile da spiegare, ma impossibile da nascondere, perché si manifesta negli aspetti più visibili della vita di coloro che si dichiarano cristiani.

Nel 2002, il Josephson Ethics Institute ha pubblicato i risultati di uno studio biennale sull’etica degli studenti delle scuole superiori americane, da cui è emerso che non c’era molta differenza tra il comportamento etico e morale degli studenti cristiani e quello dei loro coetanei non cristiani. Fortunatamente, lo studio è stato ripetuto nel 2012 e ha mostrato un significativo recupero dell’etica.

Come ulteriore esempio, una ricerca del 2014 ha descritto il fallimento dei genitori cristiani nel mantenere il patto matrimoniale: solo il 46% dei figli di età compresa tra i 15 e i 17 anni ha trascorso l’infanzia con entrambi i genitori, una conseguenza del crescente tasso di divorzi tra i cristiani conservatori.

Questo fallimento dei cristiani nell’applicare i principi di una Parola che ritengono autorevole nella loro vita quotidiana si riscontra anche oltre i confini della società americana, sollevando dilemmi e domande sconcertanti: che senso ha leggere un libro che promuove standard che gli esseri umani moderni non sono in grado di raggiungere, ammesso che qualcuno ci sia mai riuscito?

 

La relazione che trascende le regole

Josh McDowell e Thomas Williams, nel loro libro “The Relational Word: A Biblical Design to Reclaim and Transform the Next Generation”, sostengono che alla base di questo scollamento tra comportamento e la Parola c’è un grosso malinteso. Si tratta di ciò che è il cristianesimo nel suo nucleo, ma anche di ciò che è la Bibbia.

Secondo McDowell e Williams, se facessimo un sondaggio, molti cristiani paragonerebbero la Bibbia a un libro di regole. Il suo scopo, quindi, sarebbe quello di fornire una serie di regole capaci di guidarci nei nostri sforzi per migliorare la nostra vita. Forse vi siete già imbattuti nell’idea che la Bibbia sia un eccellente manuale di affari, un manuale di psicologia o di sviluppo personale.

Altri cristiani allontanano il suo contenuto dall’intenzione di Dio di costruire una vita migliore per noi nel qui e ora, sottolineando che il suo unico ruolo è quello di mostrarci la via del cielo, come vera mappa per il regno dei cieli.

Senza negare la sua funzione di informazione e guida, McDowell e Williams sottolineano che è facile perdere di vista il motivo cruciale per cui la Bibbia ci è stata affidata. Gesù Cristo ha indicato l’unico modo in cui un mortale può raggiungere la salvezza: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17:3). La Parola scritta ci è stata data proprio per aiutarci a conoscere lui, l’unico che possiede le chiavi dell’eternità. Conoscerlo intimamente imprime in noi la sua immagine. Si tratta di un ideale troppo alto per essere raggiunto anche con uno sforzo di conformità alle buone regole, perché al centro del cristianesimo non c’è un insieme di principi, per quanto validi, ma una persona reale. Un Dio che avvia relazioni, nonostante il prezzo supremo che ha dovuto pagare.

 

Costruire sullo scheletro dell’antitesi: Dio, faccia a faccia con me

Sebbene la Bibbia sia composta da decine, addirittura centinaia di storie (banali o incredibili che sia, a lieto fine o meno, con personaggi che vanno dai briganti ai re) non è altro che la storia dell’incredibile amore di un Dio che ha usato un arsenale impressionante di argomenti per convincere ogni singolo figlio ribelle a ritornare a casa. Vista da questo punto di vista, la lettera è rivolta a tutti, ma sottolinea l’unicità di ogni destinatario. La prospettiva di un’unica perdita è espressa con parole sconvolgenti, volte a catturare il profondo investimento emotivo della divinità nell’umanità: “Come farei a lasciarti, o Efraim? Come farei a darti in mano altrui, o Israele? […] Il mio cuore si commuove tutto dentro di me, tutte le mie compassioni si accendono” (Osea 11:8).

Se sostituiamo i due nomi propri con i nostri, otteniamo la radiografia di un amore che viene investito senza riserve in una persona che non eccelle in fedeltà. Questa è l’altra faccia della medaglia: nelle pagine della Bibbia scopriamo uno specchio che non distorce né abbellisce, ma riflette perfettamente la nostra immagine morale. Gli appassionati della Bibbia e i lettori occasionali si stupiscono nello scoprire che questo libro antico, che racconta la storia di individui e popoli ormai lontani, è capace di evocare miracolosamente la loro stessa storia.

Dalla Genesi all’Apocalisse, la Bibbia contrappone l’immagine di un Dio immutabile a quella di un essere umano volubile. Ci dice infatti che ci vuole pochissimo tempo perché il nostro discorso cambi bruscamente da “Osanna al Figlio di Davide!” (Matteo 21:9) a “Sia crocifisso” (Matteo 27:22).

E se la venuta di Gesù nel nostro mondo è stata l’occasione d’oro per l’umanità di vedere e conoscere l’invisibile come nessuno nella storia aveva mai potuto fare, la crocifissione è stata il culmine della sua rivelazione. Ha dimostrato che Dio è davvero amore e che è disposto a soffrire oltre i limiti e la comprensione umana per coloro che ama.

Inoltre, gli eventi della sua vita, soprattutto quelli finali, hanno messo in doloroso contrasto la sua fedeltà e la nostra infedeltà, l’amore di Dio per l’umanità e il disprezzo dell’umanità per Dio.

In un elenco di perdite che Gesù accettò di buon grado per compiere la sua missione, i Vangeli includono l’inutile peso dell’incredulità e dell’ingratitudine umana che si infiltrò anche nella sua cerchia più intima. L’apostolo Giovanni ci dice che “neppure i suoi fratelli credevano in lui” (Giovanni 7:5). Nemmeno i discepoli apprezzarono appieno la sua opera, perché erano soggetti a una mentalità fissata su riferimenti terreni. Se li immaginiamo all’ingresso trionfale a Gerusalemme, crogiolarsi nella gloria del momento, circondare il Maestro a cui erano legate tutte le loro speranze, mentre attraversava le ultime fasi del suo viaggio come uomo dei dolori, assistiamo alla loro pietosa metamorfosi sotto la pressione della paura, della disperazione e della vergogna. Fu proprio la vergogna di essere associato a Colui che era stato schiaffeggiato, denigrato, insultato e disprezzato dagli stessi capi del popolo ebraico che portò Pietro a negare ogni associazione con Gesù. Dichiarare, tra giuramenti e maledizioni, di non conoscerlo era una negazione che seguiva un abbandono imperdonabile: nella notte della sua agonia nel Getsemani, i discepoli non si erano uniti a Gesù in preghiera, nemmeno per un’ora, nonostante la sua ripetuta richiesta.

La domanda che Giuda, dal profondo della sua avidità, rivolse a Gesù mentre Maria gli ungeva il capo con la mirra (“Perché si è fatto questo spreco d’olio?” [Marco 14:4]) sarebbe stata legittima solo se fosse venuta da Colui che stava morendo, rifiutato dal suo popolo, e i cui cari guardavano da lontano la sua sofferenza. Ma egli non la pronunciò.

Il prezzo attribuito al Figlio di Dio, appena trenta pezzi d’argento, era una miseria rispetto alla misura con cui il cielo valutava l’umanità: “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:16).

La Bibbia ci presenta Dio, ma ci fa anche una diagnosi accurata, evidenziando il divario tra chi è lui e chi siamo noi. E se ci riconosciamo in questa immagine, non ci lascerà in questo stato.

 

Da chi sono a chi posso diventare

Lo scrittore Julien Green annotava nel suo diario la malinconia causata dal divario tra la vita che aveva effettivamente vissuto, una realtà già consumata, e le versioni di essa rimaste sopite. Affermando che la sua vita non corrispondeva a ciò che era e che sentiva di passare accanto all’uomo che avrebbe potuto essere, Green concludeva: “L’uomo che sono solleverà sempre una protesta contro l’uomo che avrei voluto essere”.

I personaggi della Bibbia sono presentati senza alcun tocco correttivo, con i loro difetti, limiti ed errori, per quanto sgradevoli possano essere. L’ubriachezza di Noè (seguita dalla nudità), l’inganno di Giacobbe, l’idolatria di Salomone, le bugie e la codardia di Pietro sono tutti ritratti in modo spietato con le loro bussole morali distorte.

La Bibbia spoglia le persone delle loro maschere e delle valutazioni magniloquenti della loro spiritualità e dà loro un resoconto senza mezzi termini della loro moralità, senza lasciare spazio a confusione o ambiguità: “Tu sei quell’uomo!” (2 Samuele 12:7). Li aiuta a rendersi conto dell’abisso tra ciò che sono e ciò che dovrebbero essere, e li avverte che non c’è altro ponte che non sia quello costruito faticosamente, con sofferenza, in solitudine e con amore. Per 33 anni questo ponte è stato costruito da Colui che si è fatto strada attraverso le circostanze più ostili fino a essere inchiodato alla croce. In questo contesto, leggere la Bibbia significa mettersi alla portata di quell’amore, affinché, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro, possiamo incontrare ciò che egli è e diventare come lui.

 

 

Di Carmen Lăiu, redattrice di Signs of the Times Romania e ST Network

Fonte: https://st.network/analysis/top/reasons-for-reading-the-bible.html

Traduzione: Tiziana Calà

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