La trasformazione di Jamyle

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La trasformazione di Jamyle: dal soffrire di depressione all’essere un esempio di fede per i suoi figli.

Jamyle nasce in Brasile, da madre avventista e padre cattolico. Insieme alla sorella cresce nell’ambiente di chiesa, partecipando agli scout, al coro, lavorando come colportora. Dal carattere un po’ impulsivo e ribelle, vogliosa di sperimentare e vedere cose nuove, piano piano inizia ad allontanarsi dalla chiesa. Non più cercata, si sente abbandonata, non accolta, accantonata e giudicata per i suoi comportamenti non conformi alla chiesa. Questa distanza sempre maggiore tra lei e i fratelli di chiesa la porterà ad allontanarsi in maniera netta, arrivando a non voler nemmeno sentire parlare dell’avventismo e dei suoi fedeli, che ai suoi occhi erano solo degli ipocriti che predicavano bene ma razzolavano male.

A 19 anni decide di lasciare tutto per andare a vivere in Italia, a Venezia, da una zia che conduceva una vita un po’ particolare, estrema. È un periodo poco bello quello che vive: ha difficoltà con la nuova lingua, si sente sola e si trova immischiata in un giro di persone poco raccomandabili. Conosce il mondo della droga, dell’alcol e del fumo. Ma in tutto questo, un raggio di sole: conosce un’altra ragazza brasiliana, anche lei ex-avventista, con cui lega molto; le due finisco per diventare amiche, aiutandosi e sostenendosi a vicenda.

Anche per uscire da quell’ambiente negativo, a 21 anni accetta di andare a convivere con il suo ragazzo, un italiano conosciuto lì. L’anno seguente decidono di sposarsi e due anni dopo nasce Davide, il loro primogenito. Jamyle vive questo matrimonio con grande solitudine, soprattutto a livello mentale. Sente che tutto quello che le crea sofferenza per gli altri non è che banalità, sciocchezze e piccolezze superficiali. Si chiude quindi in se stessa e cade in una profonda depressione che tocca il suo apice nel 2008, quando nasce Elisa, la loro secondogenita. Per un anno Jamyle non parla con nessuno di quello che sta vivendo e provando, non chiede aiuto, sicura di poterne uscire da sola. Ma le cose non fanno altro che peggiorare: subentrano le crisi di panico, momenti di crisi in cui Elisa le cascava dalle mani; Jamyle si trova ad avere paura a restare da sola con la figlia, timorosa di poterle fare del male. Dopo oltre un anno, si decide a chiedere aiuto. Ne segue un altro periodo buio, caratterizzato da psicofarmaci, ansiolitici e medicine varie che Jamyle mischiava anche all’alcol, perdendo la lucidità e non riuscendo a prendersi cura al meglio dei suoi figli. Questo periodo dura per quasi cinque anni fino al momento in cui, un giorno, Jamyle sente un cambiamento nel suo cuore: le torna la voglia di ascoltare la musica cristiana, quei canti che aveva imparato da ragazza; riprende a leggere la Bibbia, a parlare con Dio. Non ha ancora nessuna intenzione di tornare nella chiesa avventista, anche perché in tutti questi anni aveva frequentato la chiesa cattolica, insieme al marito e ai figli. Eppure sente il bisogno di un cambiamento.

Nel 2013, la sua vita riceve due grandi scossoni. Il primo arriva a dicembre, quando i medici diagnosticano a Davide un tumore nel cervelletto. È benigno ma è molto grande, cosa che ha provocato lo spostamento del cervelletto fuori dal cranio, arrivando a premere sul midollo spinale: ecco perché Davide stava male, vomitava, aveva giramenti di testa, svenimenti, senso di nausea. Viene operato d’urgenza e Jamyle si trova a doversi occupare del figlio da sola. Nonostante il tumore fosse benigno, l’operazione era comunque molto delicata e la convalescenza molto dolorosa. Inoltre Davide non si faceva toccare da nessuno, era sua mamma a occuparsi di tutto, dalle cose più piccole come restargli sempre accanto a quelle più grandi come lavarlo e cambiargli il catetere.

L’altro suo grande cambiamento avviene grazie alla preghiera e al suo sempre maggiore attaccamento al Signore. Consapevole di avere una dipendenza, Jamyle prega il Signore chiedendogli di liberarla, sicura di non poterci riuscire da sola. E così, dall’oggi al domani, riesce a smettere completamente, senza nessuna ricaduta. Un vero e proprio miracolo divino! Lo psichiatra che la seguiva non era d’accordo, continuava a dire che non si poteva smettere così da un giorno all’altro, soprattutto dato l’alto dosaggio che assumeva giornalmente; le diceva che avrebbe avuto parecchi sbalzi e reazioni negative. Ma Jamyle si è ancora una volta attaccata alla sua fede, alla preghiera. Le cose hanno continuato a migliorare, nonostante le più tetre aspettative: sentiva le sue ansie interiori alleggerirsi, sentiva crescere in lei la voglia di pregare e di leggere la Bibbia.

Dopo 17 anni, Jamyle decide di porre fine al suo matrimonio burrascoso e di chiedere la separazione. E poi, una sera, fa un sogno davvero strano: sogna di essere in macchina, in una strada che percorreva tutti i giorni, a Varese. Quando tutto d’un tratto, girandosi a destra, vede un giardino recintato con una casa blu, un edificio che assomigliava molto a una chiesa. Il sogno finiva così, niente di eclatante. Dopo qualche giorno, Jamyle si trovava a casa; stava pulendo, ascoltando la musica con le cuffie. Era un periodo felice, pieno di gioia; si sentiva vicina al Signore, anche se “a modo suo”. Per la prima volta si trova a chiedersi se la chiesa avventista esisteva anche in Italia. E così accende il computer e ancor prima di poter scrivere “Milano”, dove era più probabile trovarla, le viene fuori il risultato per la città di Varese, in via Giuseppe Verdi, proprio quella via che aveva sognato. A Varese, la sua città? Incredibile! E così la mattina seguente, dopo aver accompagnato i ragazzi a scuola, passa da quella via per cercare la chiesa; ma non riesce a trovarla. Va avanti e indietro ma non la vede. Ripete la cosa per altri tre giorni fino a quando, ferma davanti a un semaforo, non nota una casetta blu, con un giardino recintato e la scritta “chiesa evangelica”, l’edificio che la chiesa avventista affitta per riunirsi nella città di Varese. In quel momento Jamyle si sente sopraffatta dall’emozione e dalle lacrime: capisce che il Signore la sta chiamando a sé.

Il sabato successivo, Jamyle si organizza per andare in chiesa. Erano ormai 15 anni che non andava, aveva tutto un altro stile di vita e doveva anche convincere i ragazzi ad andare con lei, nonostante avessero sentito dei commenti negativi da parte del padre, che continuava a frequentare la chiesa cattolica. Erano prevenuti, specialmente Davide, ma alla fine hanno accettato. E così, nel giugno di cinque anni fa, Jamyle è ritornata nella chiesa avventista, prima in Italia e poi in Svizzera, per non lasciarla più.

Ripensando al suo percorso, la cosa che la colpisce di più è il potere trasformatore di Dio che ha sperimentato non solo nella sua vita, in prima persona, ma anche in quella dei suoi figli. Non è facile trasmettere dei valori positivi ai ragazzi, ma Jamyle si è sentita sostenuta dal Padre celeste, consigliata e aiutata; ha cercato di lasciare la libertà di scelta ai suoi ragazzi, pur continuando a restare ferma nelle sue convinzioni. Numerosi sono i frutti e le benedizioni che raccoglie: non solo continua il suo percorso personale con il Signore, ma Elisa e Davide seguono le sue orme, scegliendo liberamente di frequentare la chiesa avventista e dando una testimonianza diretta anche al resto della famiglia.

Avendo vissuto un cambiamento così radicale, avendo sperimentato una guarigione del cuore, Jamyle non ha nessun dubbio: l’amore di Dio trasforma i cuori, le persone, le vite. E, ancora più importante, il Signore non si stanca mai di chiamarci a sé, ci aspetta pazientemente fino a quando non decidiamo di permettergli di agire nelle nostre vite. Le benedizioni che ne seguiranno supereranno di gran lunga tutti gli ostacoli che troveremo lungo il nostro cammino.

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