David Jennah, Viaggio di una vita al servizio

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David Jennah coltiva i lunghi viaggi: dalle Mauritius fino in Svizzera, dall’essere giornalista all’essere pastore, dal volontariato alla presidenza, dal successo al rimettersi in discussione… Condivide con noi il suo percorso, di cui tutti noi, in un modo o nell’altro, facciamo parte.

Sono nato nelle Mauritius, da genitori di origine indiana, ma questo lo si poteva già intuire anche solo dal mio aspetto. Quello che forse non sapete è come sono arrivato in Svizzera.

Questo viaggio inizia nell’età pre-adolescenziale quando i miei genitori, fino ad allora indù, hanno scoperto il messaggio avventista, decidendo di battezzarsi e di impegnarsi nel condividere il messaggio del Vangelo. Paolo era il modello di mio padre che aveva l’abitudine di andare in bicicletta o in moto per tutta l’isola, dopo le sue ore di lavoro, per evangelizzare gli altri. I suoi sforzi sono stati molto fruttuosi: in totale, non meno di 200 persone sono state convertite dallo Spirito Santo attraverso le sue uscite missionarie. Un ottimo esempio da seguire, seppur difficile. Anch’io sono toccato dalla sua dedizione e dalla sua fede, ma il mio sogno era quello di diventare giornalista. Molto più riservato di mio padre, mi immaginavo protetto dietro le pagine di un giornale, intento a scrivere. Tuttavia, la mia fede continuava a crescere e a 17 anni ho deciso di affidarmi a Gesù e di battezzarmi. Sono partito per l’Inghilterra, per studiare giornalismo; è stato lì che Dio ha interrotto il normale corso della mia vita per propormi un’altra strada da seguire, quella del pastore. Dicono che Dio bussa alla porta del nostro cuore ed è vero. Ma in questo caso particolare, ha fatto proprio irruzione, mandando all’aria i miei sogni da ragazzo. 

Così, all’età di 19 anni, sono partito alla volta di Collonges-sous-Salève, in Francia, per studiare teologia, dove ho trascorso quattro anni. Dopo la laurea, sono stato chiamato a Firenze, in Italia, per fare l’insegnante volontario per un anno. Alla fine di questa esperienza europea, pensavo che fosse giunto il momento di tornare nella mia isola natale. Mentre preparavo le valigie, contattai il presidente della federazione Svizzera del tempo, il pastore Georges Stéveny, che mi disse che mi aveva cercato perché voleva propormi di occuparmi di una chiesa in Svizzera. Sarebbe stato un impegno iniziale di due anni. All’inizio riluttante, ho riflettuto su questa opportunità in Svizzera, che poteva rivelarsi arricchente; alla fine ho deciso di accettare, ma sempre ben determinato a rientrare in patria qualche mese dopo. Le Mauritius sono state pazienti con me, perché i due anni programmati si sono trasformati in quasi 4 decenni! Ecco come sono arrivato in Svizzera, quella che oggi considero il mio paese. È qui che ho costruito la mia vita, ho formato la mia famiglia, ho proseguito con i miei studi, concentrandomi in particolar modo sulla politica sociale a Ginevra; alla fine, ho trascorso qui molti più anni rispetto a quelli passati nel mio paese d’origine e sono fiero e orgoglioso di avere un passaporto timbrato con la tipica croce bianca. 

Il mio cammino pastorale inizia a Gland con i giovani, poi nell’Arco Giurassiano per il mio tirocinio pastorale, seguito dal pastore Gilbert Dewinter. Ci occupavamo di tre chiese: Bienne, Delémont e Tramelan, che all’epoca aveva ancora una comunità. Ho trascorso molti anni in questa regione dove sono stato accolto con grande ospitalità e gentilezza e dove ho prestato servizio con immenso piacere. I miei primi passi all’interno del ministero pastorale sono stati felici e benedetti, soprattutto grazie a queste comunità dell’Arco Giurassiano. 

Nonostante questo, mi sono preso una pausa di quattro anni per lavorare nel settore sociale nel Canton Giura. Anche questa è stata un’altra bellissima e ricca esperienza.

Sono stato poi assegnato per due anni alle chiese di Clarens e Renens nel Canton Vaud, per poi essere nominato alla federazione.

Nel 2007, ho assunto l’amministrazione della federazione. Questo voto di fiducia è stato rinnovato nel 2011 e nel 2015. Il 2019 è sinonimo di cambiamento, sia per me che per la FSRT, perché ho deciso di mettermi al servizio in altro modo per questa nostra missione. In totale, quindi, sono 12 anni come presidente della FSRT, di cui 6 anni come presidente dell’Unione Svizzera. Un numero importante, una cifra che per i cristiani e per il resto del mondo nasconde una simbolicità particolare, quella della fine di un ciclo. Decisamente un bel simbolo! Mi piace guardarmi indietro e ricordare i bei tempi, specialmente il mettermi al servizio della chiesa, che sia per telefono o di persona durante le mie visite alle comunità, per guidare o incoraggiare i membri. Ricordo in particolare le cerimonie battesimali, le persone che hanno scelto di mettersi al servizio di Cristo. Che emozioni provate con i nostri giovani! In effetti, la chiesa è stata una vera e propria matrice per me.

Questi scambi a cuore aperto, come mi piace definirli, sono stati spesso fonte di gioia, ma mi hanno anche portato a rimettermi in discussione, a volte. Lungi dall’essere una cosa negativa, questi confronti sono stati assolutamente necessari. Rivestendo il ruolo di presidente, mi hanno permesso di crescere individualmente e di far crescere la chiesa. Personalmente, grazie a questi scambi e momenti di dialogo, ho imparato tanto e sono cresciuto e maturato. In un certo senso, questi momenti hanno contribuito alla realizzazione di progetti come la chiesa VIVO, i campi di evangelizzazione giovanile di Mission Caleb, la creazione di gruppi familiari e il formarsi di nuove chiese. L’evangelizzazione è stata al centro delle mie priorità negli ultimi dodici anni e sono molto felice che diverse nuove comunità siano entrate a far parte della FSRT: Meyrin, VIVO, il gruppo luso-ispanico di Neuchâtel, i gruppi lusofono e anglofono di Losanna, Arbedo e Cadempino nel Ticino, il gruppo russofono di Bienne, e, ben presto, il suo gruppo filippino, così come il progetto di aprire una seconda chiesa lusofona a Ginevra. Tutto questo è stato in linea con la mia visione che avevo del ministero pastorale fin dall’inizio, di rispondere alla chiamata di Gesù: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli”. Avevo anche altri progetti, ma non sono riuscito a realizzarli tutti; questo fa di sicuro parte dei miei “rimpianti”. Nonostante questo, la chiesa è cresciuta negli ultimi anni e sono fiducioso che continuerà a crescere. 

Anche se con i voti della prossima Assemblea Amministrativa si conclude un ciclo, la missione rimane la stessa: condividere il messaggio di Gesù. Il consiglio che in maniera molto umile mi sento di dare alla nuova squadra è quello di mantenere la rotta. La chiesa avventista deve continuare a essere una chiesa coerente, portatrice di un messaggio pertinente, una chiesa aperta, accogliente, intelligente, dove la Parola di Dio è la forza motrice. Inoltre, la chiesa non deve dimenticare che è stata chiamata a condividere il Vangelo e perché questo avvenga, servono persone animate dallo Spirito Santo, pronte a toccare le persone della società. Nell’era di Internet, le cose si muovono velocemente e bisogna stare al passo coi tempi. Anche qui si nascondono delle opportunità per una chiesa, anche se questo può destabilizzare alcune persone. Da qui l’appello all’unità e alla cura all’interno delle nostre comunità. Prego per questo.

Bisogna anche ricordarsi che questa missione può essere raggiunta solo lavorando in squadra. E vorrei ringraziare coloro con cui ho collaborato, che hanno reso possibili tutti questi progetti. Penso anche al comitato direttivo, alle chiese e al sostegno dei membri. Ai miei colleghi pastori che hanno lavorato con me. Penso anche alla mia famiglia senza la quale non avrei resistito così a lungo. Ringrazio davvero il Signore per avermi dato una moglie e dei figli legati alla Parola e alla missione, disponibili e comprensivi di fronte a tutte le mie assenze. 

Ringrazio anche la chiesa tutta per il suo sostegno di fronte alle cattive notizie che riguardano la malattia di una delle mie figlie. Una diagnosi difficile da accettare, ma la nostra famiglia sente questo slancio di solidarietà ed empatia da parte di questa nostra bella famiglia spirituale che ci circonda e ci fa andare avanti, nonostante tutto. 

Sembra un addio alla fine di un viaggio, ma il percorso del giovane mauriziano che è iniziato con il suo battesimo non finisce qui. Continuerò a prestare servizio nella federazione, in attesa della più grandiosa delle destinazioni, il cielo, con la migliore compagnia possibile, quella di Gesù, e con tutti voi. Questo è il mio desiderio.

La FSRT ringrazia David Jennah per il suo impegno e la sua dedizione durante i suoi 12 anni di servizio. Il frutto di quest’opera sarà visibile a lungo in Svizzera e per l’eternità nel regno dei cieli. 

In modo particolare, la rivista Magazine Avventistaè grata anche perché la sua esistenza è stata resa possibile grazie alla federazione e al sostegno speciale di David Jennah.

Che Dio continui a benedire David e la sua famiglia.

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Avventista Magazine

La rivista ufficiale della Federazione Chiesa Avventista del Settimo Giorno della Svizzera romanda e in Ticino.

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