Un po’ di vigilanza può significare molto: riflessioni sulla guerra

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Lo scorso venerdì, 11 settembre, ha segnato il diciannovesimo anniversario degli attacchi terroristici che hanno ucciso persone innocenti al World Trade Center di New York City; al Pentagono; e in un campo fuori Shanksville, in Pennsylvania. Quelli di noi che erano abbastanza grandi probabilmente ricordano esattamente dove erano e cosa facevano quando hanno sentito l’incredibile notizia.

Nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi a quell’orribile evento, la nostra vita è cambiata in molti modi, principalmente in termini di sicurezza. All’improvviso la presenza delle forze dell’ordine è stata più evidente e ci è stato chiesto: “Se vedete qualcosa, ditela”. La vigilanza è diventata parte della nostra realtà. A poco a poco, alcune di queste restrizioni sono state allentate, ma andare in aeroporto e superare i controlli di sicurezza è una cosa che probabilmente non tornerà mai alle condizioni precedenti l’11 settembre. Gli attacchi terroristici ci hanno ricordato che il mondo a volte è un luogo pericoloso e una minaccia può materializzarsi da qualcosa così innocente come salire a bordo di un aereo.

Negli ultimi anni abbiamo imparato che anche il terrorismo interno semina morte. Andare in un negozio, a un concerto, in chiesa o in sinagoga, a un evento sportivo, persino al lavoro o a scuola può potenzialmente diventare una sciagura se qualcuno armato si scatena e spara. Essere vigili è un mezzo primario nella lotta per rimanere in vita.

Anche la nostra esistenza è stata sconvolta, negli ultimi sei mesi, in modi che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare. La pandemia ha reso necessario indossare le mascherine e osservare il distanziamento sociale. Molte aziende sono state fortemente limitate, causando la maggiore contrazione economica dalla Grande depressione. E nonostante l’impegno per contenerlo, il Covid-19 ha causato quasi 190.000 vittime solo negli Stati Uniti (più di 60 volte il numero dei morti dell’11 settembre).

Da molte settimane, gli opinionisti speculano sulla forma che assumeranno le nostre interazioni sociali nei mesi a venire. Fino a quando un vaccino efficace e sicuro non sarà prodotto in serie, torneremo mai ai servizi di culto di persona e senza restrizioni, a mangiare nei ristoranti, a seguire i concerti o gli eventi sportivi professionistici?

Questo pericolo deve essere preso sul serio. E come in ogni minaccia alla sicurezza pubblica, la cooperazione non è solo necessaria ma imperativa e coerente con il nostro dovere cristiano di proteggere coloro che sono più a rischio. Anche se non siamo terroristi, dobbiamo tutti superare i controlli di sicurezza in aeroporto e passare attraverso i metal detector negli edifici governativi. Pur se potremmo non essere infettati dal virus, dobbiamo indossare le mascherine e osservare la distanza di sicurezza. E per coloro che si oppongono all’utilizzo della mascherina, considerandolo come un attacco ai diritti personali, è appropriato un promemoria dell’apostolo Paolo: “Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli”(1 Cor. 8:9). Il Covid-19 non è solo una minaccia per noi, ma per coloro che amiamo, che sono meno in grado di combattere l’infezione.

A complicare la situazione attuale sono le varie e spesso contraddittorie affermazioni sulla lotta al virus. In questa nuova battaglia, come nella guerra al terrorismo iniziata 19 anni fa, voci strane e infondate, e un pio desiderio non ci aiuteranno a raggiungere il nostro obiettivo.

Quando riemergeremo dall’altra parte di questa situazione storica, la nostra cooperazione nel praticare la sicurezza non solo ci aiuterà a lasciarci alle spalle la pandemia, ma sarà anche una testimonianza di quanto forte siano la nostra premura e la collaborazione cristiana.

Proprio come l’11 settembre è costato migliaia di vite umane nell’attacco iniziale e altre decine di migliaia nelle campagne militari che sono seguite per anni, siamo impegnati in una battaglia epica, che potrebbe durare molti altri mesi prima di affermare la vittoria. Di nuovo, dall’apostolo Paolo: “Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” (Gal. 6:9).

Restiamo vigili!

[Stephen Chavez è vice caporedattore di Adventist Review Ministries. Traduzione: L. Ferrara].

 

Fonte: Il Messaggero Avventista

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