Più di una singola caratteristica

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Se ti chiedessero di descrivere chi sei, cosa metteresti in evidenza come prima cosa?

Molti inizierebbero con il proprio nome, magari descrivendo la propria famiglia. “Sono Ryan Stanton. Forse hai conosciuto mio fratello, Brad, o mio padre, Ken?”.

Per alcuni, altrettanto importante è la personalità o i loro interessi. “Sono un ragazzo piuttosto emotivo e loquace, interessato alla filosofia, ai media e semplicemente alla relazione con le persone”.

Per molti è importante anche ciò che la gente può vedere a prima vista. Razza, sesso, caratteristiche corporali. “Sono un uomo bianco, altezza media, peso nella norma, con una barba che è andata fuori controllo a causa del lockdown”.

Altri possono evidenziare qualcosa di non visibile: religione, orientamento sessuale, malattia o qualche altro aspetto interessante della loro vita. “Sono cristiano e soffro di ansia”.

Scrivo questo esercizio per evidenziare ciò che ad alcuni può sembrare ovvio: l’identità è una “bestia” complessa. Numerosi fattori, grandi e piccoli, alimentano chi noi – e gli altri – pensiamo di essere. Alcuni di questi fattori possiamo controllarli, come la nostra religione o i nostri interessi, mentre altri, come la nostra etnia o famiglia, sono definiti dalla società o dalla biologia. Questi fattori possono intersecarsi e scontrarsi in una varietà di modi troppo complessi da delineare in un singolo articolo, quindi non ci proverò nemmeno. Il punto che voglio chiarire è che la vera identità è impossibile da ridurre a una singola caratteristica.

Sfortunatamente, la divisione lungo i marcatori di identità sembra sempre più comune al giorno d’oggi.

Lo vediamo in numerosi conflitti e dibattiti che attualmente imperversano in tutti gli aspetti della vita, in ambito politico, sociale e personale. La retorica di politici come Donald Trump o Tony Blair che cerca di demonizzare i sostenitori dell’Islam sulla base delle azioni di quei pochi che pretendono di seguire gli insegnamenti del Corano. Il modo in cui i sostenitori del movimento Black Lives Matter sono stereotipati, da coloro che si oppongono al movimento, come hippie-comunisti che odiano il proprio paese. Coloro che si identificano come transgender sono attualmente oggetto di una campagna da parte dei cosiddetti “Gender Critical” o “Trans-Exclusionary-Radical-Feminists” che si oppongono a questo aspetto della loro identità e credono che sia un pericolo per le donne – una posizione che non ha sufficienti dati scientifici a suo sostegno.

Sempre più spesso, la società – e i modi in cui i media ne parlano – sembra costringerci a scegliere quale aspetto della nostra identità apprezziamo di più, scegliendo altresì da che parte stare in una guerra culturale basata su di esso. Ma queste questioni non sono né così binarie, né così scollegate come spesso vengono rappresentate. Non tutti i sostenitori di Black Lives Matter credono nella retorica “All Cops Are Bastards” (ACAB), né tutti credono necessariamente nell’abolizione della polizia – forse stanno solo cercando di portare l’attenzione sull’ingiusta disparità che vedono negli attuali metodi di polizia. Allo stesso modo, la stragrande maggioranza dei musulmani non è allineata con gruppi come i talebani o l’ISIS, gruppi che, va notato, non sono nemmeno allineati tra loro. Questo è particolarmente vero quando si guarda alla popolazione musulmana delle nazioni occidentali. Sulla scia di un attacco terroristico in Belgio nel 2016, un sindaco ha lottato contro l’impulso di incolpare tutti i musulmani del Belgio per gli atti di pochi terroristi. “I musulmani del paese sono stati vittime di un tale attacco due volte”, ha dichiarato, “una volta come cittadini belgi, e una volta come persone la cui religione è stata usata per giustificare tali attacchi”.

Quando vediamo “l’altro” attraverso la lente di queste identità, non riusciamo a capire chi è veramente. Il triste risultato di questa procedura è che semplicemente sprofondiamo ancora di più nella nostra prospettiva distorta che vede coloro che non sono d’accordo meno come persone individuali, e più come portavoce di un’ideologia che troviamo sgradevole, spiacevole, nel migliore dei casi, o pessimo, nel peggiore di essi. Questo è il punto finale che viene dall’iperfissazione su un aspetto dell’identità personale di qualcuno.

Per fortuna, la Bibbia mette in evidenza come possiamo superare tutto questo.

 

Più della somma delle nostre caratteristiche

L’idea che la Bibbia, o qualsiasi prospettiva religiosa, possa aiutarci a superare tutto questo può sembrare assurda all’inizio. Il cristianesimo è per molti aspetti un altro fattore significante di identità, proprio come il buddismo, l’islam o qualsiasi altra religione. E come in queste religioni, ci sono alcuni sostenitori che si fissano su di esso come unica caratteristica della propria identità, per non parlare dei rari culti che deformano le credenze cristiane per affermare ulteriormente il controllo sull’identità individuale. È vero che la Bibbia ci chiama a mettere Gesù Cristo al primo posto nella nostra identità. In un passaggio della Bibbia, Gesù afferma: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16:24). Alcuni potrebbero leggere questo versetto e concludere che la Bibbia è parte del problema che ho delineato sopra. In effetti, molti credenti prendono questo versetto proprio con questo significato; ma c’è un significato più profondo che spesso non cogliamo.

La chiave qui è la chiamata a “seguirlo”. Gesù ci sta chiedendo di mettere la sua prospettiva prima della nostra. Invece di guardare gli altri, e noi stessi, attraverso le lenti culturali o le cornici identitarie che spesso dominano la società, dovremmo guardare le persone nel modo in cui Gesù ha insegnato. Cosa significa questo?

Forse il modo più semplice per guardare le persone con la prospettiva di Gesù è tornare alla “regola d’oro”. Quando i maestri religiosi del tempo chiesero quale fosse la regola più importante, Gesù rispose, sottolineando che dovremmo “Amare il nostro prossimo come noi stessi” (cfr. Marco 12:31). Questo sentimento è stato ripreso altrove nei suoi insegnamenti, dichiarando: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti” (Matteo 7:12). Prima di tutto, seguire Gesù ci richiede di guardare gli altri in modo amorevole ed empatico, cercando le connessioni invece dei conflitti.

È anche importante notare che guardare il mondo con gli occhi di Gesù non significa ignorare gli aspetti importanti dell’identità altrui. Mentre Gesù trattava gli altri con empatia, era anche consapevole di come le cose grandi e piccole influenzassero coloro che lo circondavano. Quando una povera vedova diede le sue ultime due monete come offerta, Gesù evidenziò l’importanza di questo atto, specialmente in confronto alle altre persone nel tempio che avevano donato più di due monete. Quando Maria Maddalena unse i suoi piedi con del profumo, notò che il suo passato scandaloso – era una presunta prostituta – cambiò il significato dell’atto, rendendolo più ricco e profondo. Quando parlò a una samaritana al pozzo, si prese del tempo per parlare con lei di come la sua eredità culturale, e le sue attuali relazioni, avevano modellato il modo in cui era vista da persone come i suoi discepoli. Invece di ignorare questi aspetti personali, li accolse e li usò per connettersi con lei.

Questo aspetto può essere osservato nei 12 discepoli di Gesù, che provenivano da una varietà di contesti e prospettive diverse (pescatori, fanatici religiosi, esattori delle tasse, ecc.), ma che erano tutti amati e accolti da Gesù. Anche Giuda, nonostante Gesù sapesse che lo avrebbe tradito, venne trattato con lo stesso amore e la stessa gentilezza del resto dei discepoli. La chiesa viene descritta come un corpo, con persone diverse che rappresentano parti diverse e che fanno cose diverse. Questo illustra l’importanza di accettare identità diverse, prendendosi cura di tutti proprio come fece Gesù. Attraverso l’empatia e l’accettazione, possiamo lavorare insieme e crescere, sia dentro sia fuori le nostre congregazioni religiose.

Una delle prime cose che la Bibbia ci dice sull’umanità è che siamo stati creati a immagine di Dio. Invece di guardare le diverse identità come un ostacolo, invece di definire il prossimo come “l’altro”, dovremmo abbracciarle per quello che sono: persone fatte a immagine e somiglianza della creazione di Dio per le quali il Signore ha un grande amore. Persone che non sono più o meno difettose di chiunque altro.

 

 

Di Ryan Stanton, studente di dottorato all’Università di Sydney e un assistente editoriale della rivista Signs of the Times. È più empatico verso gli altri quando vede qualcuno che soffre, e meno empatico quando viene battuto a un gioco.

Fonte: https://signsofthetimes.org.au/2021/09/more-than-just-one-thing/

Traduzione: Tiziana Calà

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Avventista Magazine

La rivista ufficiale della Federazione Chiesa Avventista del Settimo Giorno della Svizzera romanda e del Ticino.

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