Perdono a buon mercato

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“Naturalmente Dio mi perdonerà”, disse il poeta tedesco Heinrich Heine sul letto di morte. “È il suo lavoro.” Norman Young, tuttavia, suggerisce che il perdono di Dio non è un’indulgenza così facile.

 

Quando isoliamo il perdono da tutto il modello di salvezza, trasformiamo qualcosa di sublime e lo facciamo diventare “perdono a buon mercato”. Quando accettiamo il dono, ma rifiutiamo chi ce lo dona, trasformiamo il costoso perdono di Dio in “perdono a buon mercato”.

Il canto gospel di successo negli anni ‘50, “He”, dice, letteralmente, che “Egli conosce ogni menzogna che io e te abbiamo [mai] detto”, ma poi ci rassicura con il ritornello: “Sebbene lo renda triste vedere come viviamo, dirà sempre ‘Ti perdono’”. Si tratta di una banalità sentimentale, si tratta ancora una volta di “perdono a buon mercato”.

Il poeta, A. H. Auden, racconta di un’irreale lamentela di Erode che, alla nascita di Gesù, avrebbe potuto dire che ormai il perdono era assicurato e così “ogni imbroglione […] potrà dire: ‘Mi piace commettere dei crimini e a Dio piace perdonarli; è davvero un mondo perfetto così’”.

Ancora una volta si tratta di “perdono a buon mercato”. Quando un sacerdote chiese al poeta tedesco dell’Ottocento, Heinrich Heine, sul suo letto di morte se pensava che Dio lo avrebbe perdonato, egli rispose con leggerezza: “Naturalmente Dio mi perdonerà. È il suo lavoro”. Ma il perdono di Dio non è un’indulgenza così facile.

 

Il perdono di Dio è costato la croce. Si tratta di un qualcosa di serio, santificante, intrecciato con la centralità della salvezza stessa e non può essere considerato come elemento a sé stante per continuare a peccare privi di sensi di colpa. La croce ci ricorda che il perdono divino non è stato facile, né casuale, né a buon mercato. Il canto citato prima è poco profondo, così come le citazioni di Auden e di Heide banalizzano qualcosa di profondo e potente.

 

Il vero perdono è difficile da offrire e ricevere. Dopo che i nazisti invasero la Polonia, l’ebreo Simon Wiesenthal si trovò ben presto in un campo di concentramento. Un giorno un’infermiera lo condusse al capezzale di un ufficiale delle SS in fin di vita. Il soldato presentava delle gravi ustioni ed era avvolto nelle bende: stava morendo. Confessò a Wiesenthal di essere stato coinvolto nell’incenerimento di oltre 200 ebrei russi, soprattutto donne, bambini e anziani. Mentre l’ufficiale delle SS pronunciò a fatica quelle parole di rimorso, Wiesenthal riconobbe che si trattava di vero pentimento:

“So che quello che ti ho raccontato è terribile […]. Ho desiderato a lungo parlarne con un ebreo e chiedere il suo perdono. […] So che quello che ti sto chiedendo è quasi troppo per te, ma senza la tua risposta non posso morire in pace” (The Sunflower, 57).

Ma Wiesenthal non è stato in grado di dargli la pace: “Ho deciso”, scrive, “Senza una parola lascio la stanza” (The Sunflower, 58). Credeva che solo le vittime avrebbero potuto perdonare l’ufficiale delle SS, ma erano tutte morte. Aveva ragione?

Poiché il peccato è un affronto contro Dio, Wiesenthal avrebbe potuto dire all’ufficiale delle SS morente: “Se fosse dipeso da me, bruceresti all’inferno, ma ti esorto a invocare la misericordia del tuo Dio per chiedere perdono”. Questo è esattamente come Giuseppe e Davide hanno affrontato il tema: “Come dunque potrei fare questo gran male e peccare contro Dio?” (Genesi 39:9). “Ho peccato contro te, contro te solo, ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi” (Salmo 51:4).

 

I cristiani tendono a pensare che dovrebbero perdonare le azioni più atroci. Non diciamo forse “rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” (Matteo 6:12; Luca 11:4)? Il Signore non ha forse detto di perdonare 70 volte sette (Matteo 18:21-22)? E Gesù, uomo innocente, non ha forse perdonato coloro che lo hanno crocifisso (Luca 23:34)? Dio non perdona sempre? Non è il Suo lavoro?

 

Che dire poi del passo in cui il Signore afferma che non lascerà impuniti i colpevoli (Esodo 34:6-7)? Giosuè avverte il popolo d’Israele che Dio “non perdonerà le vostre ribellioni e i vostri peccati” (Giosuè 24:19). Il Nuovo Testamento non è da meno, affermando che “chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato” (Luca 12:10). C’è un elemento condizionale al perdono di Dio: “Se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Matteo 6:15; 18:34-35). Il perdono non è un accordo che mira a perpetuare la disobbedienza o l’abuso. A volte il rifiuto di odiare è quanto più vicino possibile al perdonare.

 

Quando avviene il perdono? Molti risponderanno: “Quando ci pentiamo”. Oppure il pentimento si riferisce forse all’accettazione del perdono di Dio? Notate che in Colossesi 2:13 il perdono di Dio è avvenuto mentre eravamo morti nei nostri peccati: “Voi, che eravate morti nei peccati e nell’incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui, perdonandoci tutti i nostri peccati”.

Il perdono di Dio riguarda tutto il mondo: “Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione” (2 Corinzi 5:19). Naturalmente “non imputando agli uomini le loro colpe” equivale a perdonare. L’associazione con la “riconciliazione” (versetti 18-20) ci ricorda che il perdono è relazionale; accettare il perdono di Dio significa accettare Dio stesso, cosa che ha un forte impatto su come viviamo.

 

Volendo portare un esempio, Paolo cita il Salmo 32:1-2. “Beati quelli le cui iniquità sono perdonate e i cui peccati sono coperti. Beato l’uomo al quale il Signore non addebita affatto il peccato” (Romani 4:7-8). Notate i tre sinonimi paralleli e il duplice uso del termine “beato”:

  • Le iniquità sono perdonate
  • I peccati sono coperti
  • Il peccato non viene addebitato [contato]

 

È anche importante notare come il fatto che il Signore non addebiti il peccato (ovvero lo perdoni) si ricollega ai versetti 5 e 6 che parlano di giustizia. Di conseguenza, la benedizione del perdono di cui parla Davide è sinonimo di “mette in conto la giustizia”. “Così pure Davide proclama la beatitudine dell’uomo al quale Dio mette in conto la giustizia senza opere” (versetto 6). Quindi “al quale Dio mette in conto la giustizia” e “al quale il Signore non addebita affatto il peccato” esprimono lo stesso concetto.

 

La morte di Gesù serviva “per condurci a Dio” (1 Pietro 3:18), ovvero per metterci in comunione con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo (1 Giovanni 1:3); e se siamo in comunione con lui, “camminiamo nella luce, com’egli è nella luce” (versetti 6-7). Perciò, “comportiamoci onestamente, come in pieno giorno, senza gozzoviglie e ubriachezze; senza immoralità e dissolutezza; senza contese e gelosie; ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non abbiate cura della carne per soddisfarne i desideri” (Romani 13:13-14). Tuttavia, il perdono di Dio precede sempre la risposta del peccatore pentito. È la pioggia che ci fa aprire gli ombrelli, non il contrario. Allo stesso modo, la “bontà di Dio ti spinge al ravvedimento” (Romani 2:4).

 

Eric Lomax era sulla ferrovia Birmania-Thailandia fino alla fine della guerra. I giapponesi lo trattavano in maniera atroce e il suo interrogatore, Nagase Takashi, lo tormentava costantemente. Eric disprezzava Takashi con un intenso odio. Anche dopo essere tornato alla civiltà, il suo calvario non finì. Continuava a essere traumatizzato dal trattamento che aveva subito come prigioniero di guerra ed era consumato dal desiderio di vendetta, tanto da non trovare pace. Eppure, quando Lomax incontrò in Giappone un Takashi molto pentito, “gli diede il [suo] perdono totale”; perché, come disse a Patti, sua moglie, “a volte l’odio deve finire” (The Railway Man, pp. 318-319). La guarigione fu reciproca e i due ex nemici divennero amici, fino alla fine dei loro giorni.

 

Come l’energia non può essere creata o distrutta, così il perdono di Dio non può essere da noi creato o distrutto. Tuttavia, rifiutando l’amicizia offerta da Dio, possiamo annientare lo scopo del Suo perdono: la comunione con Lui stesso. Il perdono di Dio non è stato estorto al momento della croce; il perdono era nel cuore di Dio prima che fosse espresso al momento del Calvario. Dio ha preso su di sé il costo del perdono; e l’obiettivo del perdono è un’amicizia con Dio, un’amicizia potente, capace di trasformare. Non possiamo prendere la parte senza il tutto, avere la redenzione senza la risposta, il perdono senza la comunione, o il perdono senza la Persona. Volere l’uno ma non l’altro è desiderare una caricatura del perdono, ovvero desiderare il “perdono a buon mercato” invece del sublime e soddisfacente dono genuino di Dio.

 

 

Di Norman Young, ex-docente all’Avondale University College.

Fonte: https://bit.ly/2RYrGGF

Traduzione: Tiziana Calà

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