OLIVIER PORCHET

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Olivier, ti puoi presentare ?

Sono nato a Losanna, e ho trascorso i primi anni nella valle di Joux.

Ci siamo trasferiti nella regione di Losanna e all’età di 15 anni siamo andati a Collonges. Lì ho studiato, ho fatto il liceo e 3 anni di teologia. Non ho continuato perché mi sono reso conto che avrei avuto difficoltà a lavorare come pastore.

Dopo i miei studi ho lavorato in Svizzera come pastore di pecore per molto tempo.

Pastore di pecore! Ah, quindi non sei fatto per essere pastore di chiesa ma sì per pastore di pecore! (risate)

Ecco, pascolavo le pecore ma non gli uomini. Era divertente! Sono stato pastore di un gregge a Gruyere per 4 anni. Successivamente, ho avuto l’opportunità di comprare una proprietà nel sud della Francia, dove ho potuto sviluppare una parte delle mie attività agricole e allo stesso accogliere dei giovani in difficoltà, giovani che erano passati davanti la giustizia francese. Abbiamo creato un’associazione con un sorella avventista della regione che aveva fondato una scuola Montessori. Ricevevo spesso giovani con difficoltà scolastiche e andavano a seguire dei corsi da questa sorella. Abbiamo avuto abbastanza successo. Abbiamo avuto addirittura un giovane che alla fine dell’anno scolastico non sapeva né leggere né scrivere. Con noi, in 3 mesi sapeva leggere e scrivere. Ciò ci fece una pubblicità formidabile.

Come sei tornato in Svizzera?

Mi sono ritrovato solo con 4 bambini. Dovevo prendere una decisione, se restare in Francia o tornare in Svizzera. Ero un po’ isolato da tutto. La scuola più vicina si trovava a 35km e questo complicava le cose. Presi dunque la decisione di tornare a Vallorbe.

Quando ero studente in teologia, avevo lavorato con Securitas. Mi misi in contatto con loro dal sud della Francia. Ma mi dissero che non reclutavano persone per telefono. Dissi che conoscevo un tal Nanceau con cui avevo lavorato, che era uno dei responsabili. Non sapevo se lavorava ancora lì. Ed era lui il direttore di Securitas di Losanna. Mi ingaggiarono immediatamente. Lui mi disse “non ci sono problemi. Mi ricordo bene di te. Bisogna aprire un centro per rifugiato a Vallorbe. Con la tua esperienza professionale, lavorerai benissimo in questo campo.” Sei mesi dopo ero uno dei responsabili del centro di sicurezza di Vallorbe.

Lavori ancora nello stesso posto?

No, un anno e mezzo dopo il direttore mi chiese di lavorare per la confederazione e dal 2003 mi occupo di procedure di asilo politico. Faccio delle interviste ai richiedenti e dopo prendo una decisione.

Quindi sei tu che decidi chi resta e chi se ne va?

Beh, sono io che decido se i loro motivi sono rilevanti in materia di asilo politico o se devono lasciare la Svizzera. O se devono ottenere una mozione provvisoria per un motivo in particolare.

Quindi tu sei la persona più importante per tutte quelle famiglie che vengono alle interviste. Immagino che ti debbano temere. Si chiedono cosa deciderai. Sono delle decisioni pesanti che prendi tutti i giorni.

Non tutti i giorni, ma sono delle decisioni che hanno a che vedere con il futuro di una persona. Non è sempre facile. Ma non sono temuto dai richiedenti. Ho dei buoni contatti con loro anche se l’intervista è a volte difficile. C’è molto rispetto. Le cose vanno avanti piuttosto bene. Anche quando prendo la decisione che la persona deve lasciare la Svizzera, la chiamo nel mio ufficio e le spiego il perché. Mi prendo del tempo per spiegarle che con gli elementi che presenta, non gli è possibile restare in Svizzera.

Sei un uomo di chiesa, impegnato, anziano di chiesa. Sappiamo bene che non puoi fare proselitismo lì dove sei. Ma in che modo la tua fede può cambiare tutto rispetto a un altro che ha la tua stessa fede?

Ho preso l’abitudine di dedicare un tempo in preghiera nel mio ufficio la mattina prima di cominciare il mio lavoro. E noto che in determinate situazioni, reagisco in maniera diversa rispetto ai miei colleghi. Mi ricordo quando una volta ero con una persona della Georgia, molto violenta, era uscita di prigione e aveva aggredito violentemente degli ufficiali di polizia. Avevo letto il rapporto della polizia. Sapevo che questa persona era pericolosa. Quando comincia l’intervista, questo signore provò a dettare lui le regole del gioco. Rapidamente si creò una tensione. Vidi che la pelle di questo signore cambiava colore. Vidi la sua rabbia aumentare. Non dissi niente e mi misi a pregare in silenzio. Improvvisamente, vidi che si calmò. Accettò di rispondere alle mie domande, cosa che all’inizio non voleva fare. Alla fine, chiese scusa per il suo comportamento. Il traduttore che era affianco a lui disse “Lei è incredibile. Riesce a fare cose che nessun altro collega riesce a fare”. Ciò che è successo non è grazie a me. Ciò che vedo in questo caso è che la preghiera può essere straordinariamente efficace e cambiare il comportamento di qualcuno per un’intervista. Ho vissuto altre cose incredibili. Mi ricordo di una persona che veniva dal Ruanda, dopo il genocidio. Era avventista. Abbiamo avuto due interviste. La seconda durò quasi tutta la giornata. Mi rattristava molto scoprire una parte che non conoscevo della mia chiesa, una parte molto oscura. All’inizio gli feci tante domande per sapere se era veramente avventista. Ad un certo punto la traduttrice mi disse “Il signore mi ha appena detto che è molto sorpreso di trovare un funzionario della confederazione svizzera che conosca così bene la chiesa avventista. Bisogna essere molto colto per sapere tutto ciò”. Non sapeva che era un fratello che lo stava ascoltando, e quindi era molto sorpreso.

Possiamo sapere qual è stato il futuro di questo fratello?

Per questa persona non ho preso nessuna decisione. Il suo progetto era quello di andare negli Stati Uniti. Voleva presentare alcuni problemi alla Conferenza Generale, e voleva trovare una soluzione per continuare il suo viaggio.

In generale, essere cristiani in questo contesto è difficile. Anche se forse per te è diventato normale. Ma credi che saresti diventato duro o indifferente o sgradevole come i tuoi colleghi se non avessi avuto questa fede?

Vedo dei colleghi che non hanno avuto il coraggio di lasciare il lavoro a causa dello stipendio interessante e vivono adesso in uno stato deplorevole. È vero che non è facile, ma ho anche dei colleghi che fanno un lavoro straordinario. È anche vero che di fronte a delle problematiche religiose e a delle persone che sono state perseguitate per la loro fede, io ho un approccio diverso da quello dei miei colleghi. Ho una conoscenza della Bibbia tale che posso distinguere quando una persona si sta burlando di me o se ha vissuto una vera conversione.

I tuoi colleghi ti riconosco per questo?

Oggi lavoro più nel campo amministrativo e meno nella procedura d’asilo politico, ma c’è stato un tempo in cui si diceva “Dallo ad Olivier, se la sbrigherà lui”. Ma per quanto riguarda la fede, la maggior parte dei miei colleghi non ha alcuna conoscenza della Bibbia, se non una base.

Mi ricordo di uno proveniente dalla Giordania che era diventato cristiano. La sua storia lo confermava. Era una bella conversione. E ovviamente la sua famiglia non accettò la sua conversione dall’Islam al Cristianesimo. Era stato diseredato e suo fratello gli sparò due volte. Fortunatamente, entrambe le volte la pallottola lo mancò. La sua storia mi toccò profondamente. E gli diedi protezione. Per una volta, chiesi alla direzione di non mandargli semplicemente la lettera per avvisarlo. Perché quando diciamo no, invitiamo la persona in ufficio per dirlo personalmente. Ma quando diciamo sì, si manda semplicemente una lettera per comunicare che è stato concesso lo stato di rifugiato. E siccome lui era ancora lì, chiesi dunque di comunicarlo di persona. E fu accettato. Parlai con uno dei miei colleghi che parla molto bene l’arabo e gli spiegai che il suo stato era stato accettato e che avrebbe potuto costruire la propria vita in Svizzera.

Wow! Deve essere stato un momento molto intenso!

Sì, mi è piaciuto molto quel momento. Vidi che all’inizio non capiva bene cosa stesse succedendo. Tutto d’un tratto, lo capì, si alzò, si mise la mano sul cuore e mi disse “Le volevo dire…la fiducia che mi avete concesso.” Così ci sono dei momenti come questo molto molto intensi che restano indelebili nella memoria. E ci sono dei momenti molto difficili. Delle storie di violenza, di tortura che mi turberanno per il resto dei miei giorni. Ma anche dei momenti intensi che resteranno vividi fino alla fine dei miei giorni.

Delle volte, questo ha un impatto sulla mia vita cristiana. Mi ricordo che una volta, durante la primavera araba, il centro mi aveva chiamato perché c’erano 5 o 6 persone nord africane che erano esageratamente violente. Quando andai per provare a parlare con loro, incominciarono a lanciare delle pietre, dei proiettili contro i vetri del centro, contro di noi. Eravamo il bersaglio dei proiettili. La sicurezza chiamò la polizia, che arrivò. Lo scontro era cominciato. I magrebini furono fermati dalla polizia a colpi di manganello. Era venerdì. Il sabato mi recai alla chiesa di Yverdon per cominciare il sabato con la chiesa. Era un momento così triste. Ogni volta che chiudevo gli occhi per pregare, rivedevo quei colpi di manganello, sentivo le urla, gli insulti. Ero incapace di concentrarmi su altre cose. A volte ci sono cose così violente che hanno un impatto forte sulla vita personale e sulla preghiera.

Un’ultima esperienza. Dall’anno scorso arrivano molte persone afgane. Uno di loro mi disse che voleva farmi una domanda. Cominciai a parlare con lui, e vidi che il suo inglese non era molto buono. Chiamò un altro afgano che parlava meglio l’inglese. Allo stesso tempo arrivarono una dozzina di afgani per vedere cosa stava succedendo. Vidi che la prima persona si arrabbiò e parlò in maniera molto dura con gli altri che se ne andarono. Esitò a parlarmi e alla fine mi chiese con molta esitazione “Non ne posso più dell’Islam e della sua violenza. Vorrei diventare cristiano. Dove posso procurarmi un bibbia?”. Colui che traduce mi chiese se lui poteva rispondere e gli dico “Certo, fate pure”. E gli disse “Io ho una bibbia. Quando ho scoperto la Bibbia era una cosa talmente straordinaria che non ho potuto smettere di leggerla per 3 giorni. Se vuoi te la do”.

È stato molto impattante vedere che due persone che non avevano la possibilità di leggere la Bibbia riuscivano a stare 3 giorni e 3 notti a leggere. Mentre noi nel nostro paese, dove migliaia di persone hanno liberamente accesso alla Bibbia e non la leggono o la leggono in modo aneddotico o trascurabile. Personalmente, vedere degli afgani immergersi nella Bibbia mi ha profondamente toccato.

FATTO PER AGIRE!
LE LEGUMINOSE, BUONE PER VOI E PER IL PIANETA

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La rivista ufficiale della Federazione Chiesa Avventista del Settimo Giorno della Svizzera romanda e del Ticino.

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