Quando il silenzio non è amore

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Spesso associamo il divorzio all’infelicità di adulti che decidono in modo riprovevole di separarsi. Per le spose minorenni Noora e Nujood, invece, il divorzio ha rappresentato la fuga da un incubo di violenze e abusi domestici, in cui sono state gettate in giovane età dalle loro stesse famiglie.

 

Noora Al Shami è nata nel 1978 nello Yemen, in una cultura in cui le donne non hanno il diritto di mettere in discussione o di opporsi alle decisioni che gli uomini prendono per loro. Sua madre era stata costretta a sposarsi all’età di nove anni, quindi il suo matrimonio, avvenuto quando lei aveva solo 11 anni, non sembrava fuori dall’ordinario. Un lontano cugino, che aveva tre volte la sua età, si offrì di sposarla. Il denaro pagato per lei avrebbe garantito il sostentamento della sua famiglia per molti mesi.

Noora ricorda la felicità dei tre giorni del matrimonio, in cui indossò abiti bellissimi. Anche la musica, le danze, i regali e l’incantevole scenario della città portuale di Al-Hudayah erano impareggiabili. Tuttavia, il terrore provato dopo la cerimonia, quando rimase sola con il marito, si rivelò ancora più significativo. Era riuscita a evitarlo per più di una settimana, per poi essere però costretta a compiere il suo dovere di moglie. Quella notte Noora venne portata d’urgenza in ospedale, ma nessuno prese posizione dopo che le sue condizioni vennero dichiarate stabili. Fu rimandata a casa con il marito, dove gli abusi continuarono.

In un solo anno, Noora perse due gravidanze. A 13 anni diede alla luce il suo primo figlio, Ihab. Un anno dopo diede alla luce una bambina, Ahlam, e a 15 anni un terzo figlio, Shibab. Tutte le gravidanze furono problematiche, aggravate dalle percosse del marito.

Dopo dieci anni di maltrattamenti insopportabili, durante i quali anche i suoi figli venivano feriti e finirono in in ospedale più occasioni, Noora sentì parlare di un programma Oxfam che aiuta le donne vittime di violenza domestica. Riuscì a contattare un avvocato e, dopo lunghi sforzi, riuscì finalmente a ottenere il divorzio. Libera dagli abusi del marito, Noora dovette affrontare la difficoltà di prendersi cura da sola dei suoi tre figli e dei suoi genitori anziani.

Riuscì a trovare un lavoro come domestica, mentre la sera frequentava le lezioni per finire la scuola superiore. Purtroppo, dovette sopportare anche le molestie quotidiane dei vicini, che la consideravano una donna cattiva perché divorziata. Tuttavia, Noora raccontò ad alcuni di loro i traumi fisici e mentali subiti, con il desiderio di prevenire simili disagi.

Dopo anni di sforzi, Noora diventò un’insegnante, dando vita a campagne per il cambiamento della legislazione. Esercitò persino pressioni sul parlamento di Sana’a per ottenere una legge che vietasse il matrimonio infantile.

“Voglio far sentire la mia voce e cambiare la vita delle donne nello Yemen. Le donne non dovrebbero essere vittime. Ho subito violenze domestiche, ma ora posso parlare. Mi rifiuto di vivere sotto le rovine del mio passato”.

Nujood Ali è nata 20 anni dopo Noora; tuttavia, nello Yemen non era cambiato nulla per le spose bambine. Anche lei è stata data in sposa con la forza a un uomo tre volte più grande di lei, quando aveva solo 10 anni. La sua famiglia, composta da padre, due mogli e 16 figli, aveva già subito il rapimento di una delle ragazze e lo stupro di un’altra. Il matrimonio sembrava l’opzione più sicura per Nujood. Inoltre, il denaro ricevuto in cambio faceva davvero comodo alla famiglia.

La vita matrimoniale si rivelò come quella di Noora e gli abusi iniziarono ben presto. Poco dopo il matrimonio, Nujood trovò una scusa per tornare a casa e chiedere aiuto alla famiglia, ma le sue suppliche disperate vennero ignorate. Persino sua madre pensava che fosse meglio che lei rimanesse sposata con il marito, nonostante le sofferenze vissute e subite. La seconda moglie del padre, tuttavia, consigliò a Nujood di divorziare.

Quando venne mandata a comprare il pane, Nujood salì su un autobus e si recò al tribunale della città. Chiese di vedere un giudice, ma nessuno sembrò interessarsi a lei: dopotutto era solo una bambina. Aspettò per mezza giornata, finché un giudice ebbe pietà di lei e le chiese perché fosse lì. La ragazza gli disse senza esitazione che voleva il divorzio, ma che non sapeva cosa fare. La sera stessa l’uomo l’accolse in casa sua, per poi assegnarle il giorno seguente un avvocato per i diritti umani, che prese in carico il suo caso pro bono. Durante il processo, il padre e il marito di Nujood vennero condannati e imprigionati, scatenando una forte polemica. Rompere la tradizione non piaceva a tutti, ma un mese dopo Nujood ottenne il divorzio.

Il suo coraggio e la giovanissima età in cui è riuscita a ottenere il divorzio attirarono l’attenzione internazionale. Nel 2008, la rivista femminile statunitense Glamour assegnò a lei e a Shada Nasser, il suo avvocato divorzista, il premio di “Donna dell’anno”. Durante la cerimonia di premiazione, Nujood ebbe l’opportunità di incontrare Hillary Clinton e la sua vita iniziò a prendere una piega diversa.

Al suo ritorno nello Yemen, cambiò il suo nome da Nujood, che significa “nascosto”, a Nojoom, che significa “stelle nel cielo”. Con l’aiuto di una casa editrice francese, ha scritto la sua biografia e il suo libro è stato tradotto in diverse lingue. Purtroppo il suo sogno di continuare gli studi e diventare avvocato non si è ancora realizzato.

L’ultima volta che i giornalisti sono riusciti a comunicare con lei, Nujood era ancora minorenne, sposata e con due figli. Il denaro che avrebbe dovuto ricevere dai diritti d’autore e dalle donazioni internazionali veniva versato al padre, perché la legge non le permetteva di riceverlo. Con quei soldi, il padre comprò altre due mogli e costrinse Nujood a lasciare la casa acquistata dalla casa editrice francese. Nonostante tutto questo, il divorzio ottenuto all’età di dieci anni rimane per lei un importante motivo di gioia. La sua nuova vita, sebbene ancora difficile, è almeno priva di abusi. “Rispetto ai sogni, la realtà può essere crudele, ma può anche riservare belle sorprese”, conclude matura Nujood.

 

 

Di Andreea Irimia, che crede che le storie di vita abbiano il potere di trasformarci. Questo perché le immagini nate dalle esperienze quasi irreali che alcuni di noi hanno vissuto penetrano nella nostra anima e rispondono in modo convincente ad alcuni dei nostri dubbi più persistenti

Fonte: https://st.network/analysis/top/when-silence-is-not-love-abuse.html

Traduzione: Tiziana Calà

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