Aprire la porta all’equità

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In ricordo della giudice Ginsburg, fautrice dei diritti delle donne

 

Quando è scomparsa il 18 settembre, Ruth Bader Ginsburg, seconda donna mai nominata alla Corte Suprema degli Stati Uniti, era diventata un’icona culturale. Anche i suoi oppositori hanno riconosciuto la portata del suo contributo. Nei 40 anni di carriera da giudice (27 dei quali alla Corte Suprema) e nel tempo trascorso come avvocato, Ruth B. Ginsburg è stata sostenitrice e paladina della parità dei diritti per tutti, secondo quanto afferma il XIV emendamento. È rinomata per il suo impegno pluridecennale volto a cambiare la realtà della discriminazione contro le donne negli Stati Uniti.

Nel 1970, ad esempio, nella maggior parte degli stati era perfettamente legale che un datore di lavoro licenziasse una donna solo perché incinta; era legale che le banche richiedessero a una donna la co-firma del marito se chiedeva un prestito; e ai datori di lavoro era permesso pagare alle donne una frazione della retribuzione dei loro colleghi uomini per svolgere lo stesso lavoro.

La discriminazione di genere è stata un’esperienza vissuta sulla propria pelle dalla giudice Ginsburg fin dall’inizio della sua carriera di avvocato. Fu una delle poche donne (erano solo 9, ndt) in una classe di oltre 500 studenti presso la Harvard Law School, e gli amministratori della scuola le avevano chiesto il motivo per cui lei, una donna, dovesse meritare di essere ammessa alla facoltà e prendere il posto di un uomo. Mentre si chiedevano il perché, Ginsburg è stata capace di trovare l’equilibrio tra il frequentare una delle migliori scuole di legge del Paese, l’essere moglie e neomamma, e l’assistere il marito che all’epoca combatteva contro il cancro. Nonostante tutte queste responsabilità, era la prima del suo corso ed è stata un membro della Harvard Law Review. Al terzo anno di studi si era trasferita alla Columbia Law School per stare vicino a suo marito e al suo nuovo lavoro. Laureatasi al primo posto della sua classe, non era riuscita a trovare lavoro presso i principali studi legali poiché non assumevano donne. Per questo la lotta per l’equità per tutti, indipendentemente dal sesso, dall’etnia o dalla posizione sociale, è stato il lavoro della sua vita.

Due casi rappresentano più di tutti l’impatto positivo della giudice Ginsburg sulla promozione dell’uguaglianza: Weinberger contro Wiesenfeld nel 1975, e Ledbetter contro Goodyear Tire & Rubber Co nel 2007.

Nel primo, Ruth B. Ginsburg era ancora avvocato e rappresentava Stephen Wiesenfeld, un vedovo al quale erano stati negati i sussidi della previdenza sociale perché fruibili solo dalle vedove che si prendevano cura dei loro figli, ma non per i vedovi. Sostenne con successo, dinanzi alla Corte Suprema, che la legge discriminava gli uomini, negando loro la stessa protezione prevista per le donne nella medesima situazione, e contemporaneamente discriminava le donne, non trattando i loro contributi alla previdenza sociale nello stesso modo di quelli di un uomo.

Nel secondo, Lilly Ledbetter, dipendente di uno stabilimento di pneumatici, aveva intentato una causa per la parità di retribuzione denunciando una discriminazione salariale ai sensi del Titolo VII del Civil Rights Act del 1964. All’epoca guadagnava il 40% in meno rispetto ai suoi colleghi maschi pur svolgendo lo stesso identico lavoro. Sebbene la Corte Suprema avesse stabilito, con decisione 5 a 4, che la denuncia della signora Ledbetter fosse prescritta, la giudice Ginsburg scrisse un potente dissenso che sarebbe poi diventato parte della sua successiva fama, e che è considerato il responsabile del Lilly Ledbetter Fair Pay Act del 2009. Questa legge permette ai dipendenti che subiscono disparità salariale di vincere con più facilità le richieste di risarcimento nei confronti dei loro datori di lavoro.

Alcuni saranno in disaccordo con diverse delle posizioni prese della defunta giurista. Molti avventisti criticheranno fortemente le sue posizioni sull’aborto e la legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, in quanto contrarie alla loro comprensione della Scrittura. La giudice Ginsburg a volte prese anche posizioni non in linea con i punti di vista ufficialmente sostenuti dalla Chiesa avventista sulla libertà religiosa. Nel caso Trinity Lutheran contro Comer, dissentì dalla decisione secondo cui una scuola di chiesa non poteva essere esclusa da un programma disponibile per altre scuole private. Nel caso American Legion contro American Humanist Assn. dissentì sulla decisione di permettere a una croce in onore dei veterani della Prima guerra mondiale di rimanere sul suolo pubblico.

Questi punti di disaccordo, sia sostanziali sia teorici, non devono diminuire la stima per una tale guerriera per la giustizia ora scomparsa. In qualità di membro della professione forense, mi sento in debito di gratitudine con la giudice Ginsburg per l’eredità che ha lasciato. Harvard non mi ha messo in difficoltà per aver deciso di frequentare la loro facoltà di legge; non devo lottare per ricevere una retribuzione uguale a quella dei miei colleghi maschi.

Le benedizioni della vita non sono incidenti. E la giudice Ginsburg ha aperto la porta che ha permesso a me e a molti altri statunitensi di godere ancora di più di ciò che l’America ha promesso. Ci mancherà.

 

Fonte: Il Messaggero Avventista

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