Contro la violenza domestica servono consapevolezza, impegno e supporto alle vittime

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Lo ha detto un docente della Harvard ai leader della Chiesa avventista mondiale.

“La violenza domestica è una sfida che la Chiesa avventista del settimo giorno deve affrontare” ha affermato David Williams, professore e ricercatore dell’Università di Harvard, nel suo intervento al Comitato esecutivo mondiale della denominazione, tenuto online a metà ottobre. Nella presentazione sul tema “Enditnow: Effectively Affronting the Challenge of Domestic Violence” (Enditnow: affrontare con efficacia la sfida della violenza domestica), il docente ha parlato della situazione nel mondo e ha poi mostrato cosa può fare la Chiesa.

Peter Landless, responsabile generale dei Ministeri per la promozione della Salute della denominazione, ha introdotto l’intervento di William e accennato all’iniziativa enditnow® lanciata da vari anni per fermare la violenza contro le donne e le ragazze. “È un progetto avviato dai Ministeri Femminili” ha spiegato Landless “che oggi coinvolge anche i Ministeri della Famiglia e i Ministeri in favore dei Bambini, e tutti collaborando per affrontare efficacemente la violenza domestica”.

 

Di cosa si tratta 
Nella prima parte della sua presentazione, Williams ha definito la violenza domestica con le parole usate dalle Nazioni Unite: “Qualunque atto di violenza sessista che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata”.

“La violenza domestica ha molti volti – fisico, sessuale, economico – ma è sempre psicologica: attacchi verbali e costante erosione dell’autostima” ha affermato il docente. Comprende quindi una vasta gamma di comportamenti, tra cui il controllo costante di dove sia il coniuge, dirle che è brutta, grassa o magra, stupida o inutile; e purtroppo include persino l’uso della Bibbia per giustificare il comportamento aggressivo.

Secondo l’Onu, il luogo più pericoloso per le donne è la casa. Infatti, “una donna corre maggiori rischi di subire aggressioni, lesioni fisiche e persino di essere assassinata in casa sua che in qualsiasi altro contesto” ha evidenziato il professore. Le statistiche fanno riflettere. Nel 2017 sono state uccise 87.000 donne nel mondo; 50.000 di loro (il 58%), sono morte per mano di partner intimi o di familiari. Uno studio del 2018 dell’Ufficio Onu contro la droga e il crimine rivela che “le donne sono l’82% degli omicidi perpetrati da un partner o da un familiare; sei donne vengono uccise ogni ora, vale a dire 137 al giorno, da persone che conoscono”. E il numero delle morti è in aumento, ha riferito Williams, dato che negli ultimi anni non si sono registrati “progressi nella protezione e nel salvataggio della vita delle vittime di sesso femminile, nonostante le leggi e i programmi per sradicare la violenza contro le donne”.

 

Violenza domestica tra i cristiani e nella società 
Alcuni studi hanno dimostrato che la violenza domestica è più comune nei piccoli gruppi religiosi conservatori. Una ricerca del 2006 su un campione casuale di 1.431 avventisti di 70 chiese, in un’area di cinque stati degli Usa, ha riscontrato livelli inquietanti di violenza da parte del partner.
Nemmeno la società aiuta poiché la violenza è presentata come metodo comune di risoluzione dei problemi. “In molti programmi televisivi per bambini [cartoni animati] la violenza è la prima scelta nella risoluzione dei conflitti ed è priva di conseguenze permanenti” ha spiegato Williams “La vittima schiacciata o fatta esplodere appare magicamente risanata poco dopo, e ciò è seguito da un incessante addestramento avanzato sulla violenza attraverso film e TV”.

Nel contesto religioso, la Bibbia è stata spesso usata impropriamente per offrire supporto morale e ideologico alle idee di superiorità maschile e per imporre rigidi limiti al comportamento di mariti e mogli. “Molte persone nella nostra società ravvisano il ruolo socialmente determinato di mariti e mogli come qualcosa stabilita da Dio per tutte le culture, società ed epoche”.

Il testo più famoso usato per giustificare l’abuso sulle mogli da parte dei loro mariti è Efesini 5:22, in cui l’apostolo Paolo scrive: “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti”. Alcuni mariti pensano che questo versetto dia loro la licenza di usare la forza fisica nei loro sforzi per “comandare ai loro figli e alla famiglia dopo di loro” e “molte mogli accettano la violenza come parte della loro sorte ordinata da Dio nella vita” ha rilevato Williams.

Ma Efesini 5:22 non può essere separato dal versetto 21, in cui Paolo chiama tutti a sottomettersi “gli uni agli altri nel timore di Cristo” ha aggiunto “Il comando alle mogli di essere soggette ai loro mariti va bilanciato dai tre imperativi presenti in questo brano, affinché i mariti amino le loro mogli con lo stesso amore altruistico di Cristo per la chiesa. Questo passo rivolge il doppio delle istruzioni ai mariti rispetto alle mogli, poiché 9 versetti su 13 descrivono come i mariti devono prendersi cura e amare le loro mogli”.

 

Cosa può fare la chiesa? 
L’entità dell’abuso del coniuge nella società indica che i cristiani dovrebbero svolgere un ministero verso le vittime. “Se vogliamo essere veramente simili a Cristo, dobbiamo essere desiderosi di identificare e prenderci cura di coloro che non sono protetti, ma feriti e senza un difensore”. Come chiesa, “possiamo essere parte del problema o parte della soluzione. Non ci sono soluzioni facili, ma si può fare molto”.

Williams ha spiegato che l’ignoranza e lo stigma associati alla violenza domestica evidenziano la necessità di formare e istruire pastori e altri operatori istituzionali riguardo agli abusi. “Spesso il clero, gli operatori sanitari e dei servizi sociali trattano le vittime in modo insensibile e finiscono per rafforzare in loro il senso di colpa o l’umiliazione”. Qualcosa di simile può accadere in un ambito religioso, poiché molte donne vittime di abusi sentono di non poter parlare con la loro chiesa o il loro pastore.

In questo contesto impegnativo, ci sono almeno tre cose che la chiesa può fare, ha proposto Williams: essere consapevoli, impegnarsi e supportare le vittime. Nell’ultima parte della sua presentazione, ha elaborato questi tre suggerimenti.

Aumentare la consapevolezza 
La chiesa, ha consigliato Williams, deve prendere una posizione decisa sulla questione degli abusi e presentare regolarmente messaggi, in sermoni, workshop, seminari e incontri, che gli abusi domestici sono non cristiani e sbagliati. “La chiesa locale può utilizzare locandine, cartoline, volantini e il proprio sito web per affermare pubblicamente che gli abusi domestici sono inaccettabili e contrari al progetto di Dio per le famiglie cristiane” ha raccomandato “La chiesa deve riconoscere il dolore vero e la vittimizzazione causati da abusi fisici e sessuali, e offrire opportunità di guarigione e riconciliazione a coloro che sono stati feriti, e confronto e assistenza appropriata agli abusanti”.

È qualcosa, ha ammonito Williams, non sempre facile da realizzare poiché molte chiese non hanno l’esperienza necessaria: “Senza un’adeguata formazione ed esperienza in questo campo, possiamo fare più male che bene. Ma possiamo imparare come sostenere le vittime e aiutarle a cercare assistenza professionale presso gli organismi competenti”.

Coinvolgimento attivo 
La chiesa deve impegnarsi per diventare un luogo sicuro, con azioni più ponderate intraprese sia dalla comunità sia dai dirigenti. “Chi dirige la chiesa deve ‘fare i compiti’ e aumentare la propria conoscenza circa gli abusi domestici” ha suggerito il professore “Usare risorse online e leggere libri sull’argomento per essere più informato”. Il loro compito è anche quello di istruire la chiesa invitando un’associazione o un organismo locale, che si occupa di abusi domestici, a tenere presentazioni e formazione, e persino dedicare una giornata del proprio calendario ecclesiastico a una maggiore consapevolezza.

La chiesa deve avere occasione di discutere sul tema degli abusi domestici e sulle questioni di conflitto nei corsi o nelle risorse prematrimoniali, matrimoniali e relazionali, e nei programmi per i giovani. “Pianificate seminari speciali e corsi di formazione per gli uomini su cosa significa essere un uomo che cammina sulle orme di Gesù”.

Secondo Williams, è anche essenziale rispettare, ascoltare e credere a chi ha subito abusi, evitare di chiedere prove della violenza subita e rassicurare la vittima sul fatto che non è colpa sua. Importante è anche “assicurare che la riservatezza sarà mantenuta e… essere onesti e chiari sulla propria capacità di dare aiuto”.

La chiesa può anche aiutare gli uomini a riconoscere il loro problema. “Dio richiede che gli uomini si assumano la piena responsabilità delle loro azioni, e il primo passo nella prevenzione è riconoscere di avere un problema”.

Supporto a vittime, sopravvissuti e autori 
La chiesa può fornire riferimenti e supporto alle risorse locali per i sopravvissuti e gli autori degli abusi. “Collaborate con chi offre servizi locali e impostate percorsi e sistemi chiari di riferimento” ha consigliato.

“Alcune grandi chiese potrebbero affrire un supporto completo alle vittime e ai colpevoli in collaborazione con i fornitori di servizi locali” ha aggiunto, ma “tutte le attività di supporto dovrebbero essere svolte in modo da garantire la sicurezza e la riservatezza alle donne e ai loro bambini”.

 

Consigli biblici 
In tutta la Bibbia, Dio ci chiama ad amarci l’un l’altro, ha ricordato Williams, avviandosi alla conclusione del suo intervento “Abbiamo ottimi consigli dalla Scrittura. Guardiamo al Signore; guardiamo allo Spirito Santo per essere convinti su questo problema all’interno delle nostre chiese e comunità”. Ha infine ribadito l’invito a sviluppare programmi che facciano la differenza nella protezione di tutti i figli di Dio. “Sappiamo che agendo così, svolgeremo l’opera a cui il Signore ci ha chiamati: prenderci cura di ‘questi miei minimi’ [cfr. Matteo 25:40 ndt], proteggerli e garantire loro sicurezza e benessere”.

 

Fonte: HopeMedia Italia

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