Una Chiesa che è pronta ora

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Cosa ci vuole?

 

Una volta, quando avevo circa 6/7 anni, in visita ai miei nonni paterni, ho sentito mio nonno pregare che “sarebbe stato pronto se Gesù fosse venuto durante la notte, mentre stava dormendo”. Avendogli chiesto spiegazioni su quella strana preghiera, mi aveva spiegato che facendo quella preghiera prima di andare a letto, questa contava come se stesse vegliando durante la notte; Gesù lo avrebbe considerato pronto, nonostante stesse dormendo. Questa era la sua comprensione delle parole di Gesù: “Vegliate dunque perché non sapete quando viene il padrone di casa; se a sera, o a mezzanotte, o al cantare del gallo, o la mattina; perché, venendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quel che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate” (Marco 13:35-37).

Da adolescente, mi faceva strano quando sentivo i miei coetanei pregare: “Torna presto, Gesù, ti aspettiamo da tanto”. Eppure, dopo un sermone piuttosto pungente che insisteva sulle nostre carenze nel raggiungere la perfezione senza peccato, ho sentito delle persone (di solito le stesse) pregare così: “Grazie Gesù di non essere ancora tornato, non siamo pronti”. Non mi era sfuggita questa loro contraddizione; ma invece di trovarla divertente, ritenevo queste differenze tra i nostri desideri e la realtà come piuttosto inquietante.

 

Dati preoccupanti

Come pastore, ho assistito a molti membri lottare, nelle ultime ore della propria vita, con la certezza di essere salvati. In qualche modo, nella loro mente, l’essere pronti per Gesù si misurava in termini di santificazione personale. Qualche anno fa, quando uscirono i risultati dello studio europeo “Valuegenesis”, è stato inquietante vedere che così tanti nostri giovani hanno avuto dei problemi nel comprendere il processo di salvezza e il ruolo della grazia di Dio e delle nostre opere: l’84,1% è d’accordo con l’affermazione “So che per essere salvato devo vivere secondo le regole di Dio” (il 64,8% ne è sicuro completamente, il 19,3% tende a crederlo); e il 73,2% concorda con l’affermazione “sono preoccupato di non essere pronto per il ritorno di Cristo” (il 35,8% condivide totalmente questa frase mentre il 37,4% tende a pensarlo).

E, come spesso si dice… “Houston, abbiamo un problema”. Crediamo alle parole di Dio: “Non vi lascerò orfani; tornerò da voi” (Giovanni 14:18). Vogliamo tutti essere pronti e aiutare non solo i nostri cari, ma anche il mondo intero, in preparazione al ritorno di Gesù. Ma nell’esperienza di molte persone, l’essere pronti è legato al proprio livello di santificazione.

 

Mantenere un equilibrio

Come mantenere l’equilibrio tra fede e opere, grazia e azioni, i nostri sforzi e la sovranità di Dio, senza cadere in uno dei due estremi? Da un lato, proprio come ci ha insegnato Gesù, dobbiamo dire: “Così, anche voi, quando avete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare” (Luca 17:10). C’è sempre spazio per crescere “nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore” (2 Pietro 3:18), per essere più santificati e impegnati.

Allo stesso tempo, più ci avviciniamo a Dio, più ci rendiamo conto di essere peccaminosi, realizzando quanto lavoro lo Spirito Santo debba ancora fare in noi.

C’è il pericolo reale che perseguire la santificazione stessa come meta possa portare fuori strada, finendo per diventare una scelta individualistica e persino narcisistica. Gli scribi e i farisei ai tempi di Gesù si consideravano santi, senza però riuscire ad amare qualcuno di diverso da loro. Erano troppo concentrati su loro stessi.

Il Nuovo Testamento non definisce mai la spiritualità o la santificazione in termini individualistici; al contrario, si parla sempre in termini di comunità. Anche la ben nota immagine di Gesù che bussa alla porta è rivolta a una chiesa locale, non a una singola persona (Apocalisse 3:20). Il messaggio è che abbiamo bisogno dell’armatura di Dio in quanto chiesa (Efesini 6:10-20).

Paolo scrive: “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute” (Filippesi 2:14). Quando la comunità matura insieme, ci sono meno mormorii e discussioni, sostituiti da cuori ricolmi di gratitudine. L’amarezza e il risentimento vengono sostituiti dal servizio collettivo, nello spirito dell’amore.

Sfortunatamente, tutti noi conosciamo persone nella chiesa, su tutti i livelli, sia locale sia dirigenziale, che stanno diventando sempre più dure, con uno spirito combattivo, pur venendo considerati come persone impegnate e santificate.

È importante capire che la Bibbia definisce la santificazione all’interno del contesto della comunità. Se non vediamo il ruolo della comunità, raggiungere una crescita spirituale diventa un obiettivo distorto che coinvolge tutta la persona.

Possiamo preoccuparci di come ci stiamo comportando spiritualmente, di quanto ci sentiamo spiritualmente soddisfatti o di quanto siamo pronti per il ritorno di Gesù. Ma nel frattempo, ci dimentichiamo di vivere una vita caratterizzata dal servizio e dall’amore, diventando spiritualmente narcisistici. Spesso quando parlo con persone che hanno smesso di venire in chiesa, sento dire: “Ultimamente non mi dava niente”. Ma il cristianesimo non è uno sport individuale! Non siamo cristiani solo per noi stessi, solo per quello che ne ricaviamo in quanto singoli. Proprio come Gesù ha lasciato il cielo per venire a vivere il ministero terreno per il nostro bene, così noi trasmettiamo il suo messaggio attraverso una vita trascorsa per il bene del prossimo.

 

Raggiungere l’obiettivo

Lo scopo della santificazione è di essere più amorevoli, gentili, pazienti, buoni e fedeli (Giovanni 13:34-35; Galati 5:22-23). C’è un’enorme differenza tra l’essere santificati e l’essere moralisti. Eppure a volte la gente confonde le due cose. Lo scopo della santificazione è quello di essere una comunità di persone amorevoli che amano e servono gli altri.

Gesù resterà in cielo “fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose” (Atti 3:21). Al suo ritorno, porterà a termine la restaurazione delle relazioni: la mia relazione personale con Dio e le nostre relazioni reciproche nella comunità che vuole avere su questa terra.

Immaginate allora, prima del ritorno di Gesù, la comunità di Dio in cui già opera: una comunità di giustizia in un mondo di ingiustizia economica ed ecologica; una comunità di generosità e semplicità (nel saper dire anche “è abbastanza”) in un mondo di consumismo; una comunità di dedizione disinteressata in un mondo di egoismo; una comunità di verità, umiltà e audacia in un mondo di relativismo; una comunità di speranza in un mondo di disillusione; una comunità di gioia e di ringraziamento in un mondo di diritti; una comunità che sperimenta la presenza soprannaturale di Dio in un mondo laico in cui tutti i giorni sono uguali e nulla è eccezionale o soprannaturale.

Si potrebbe dire molto di più sull’opera dello Spirito Santo in noi (santificazione) e attraverso di noi (missione). Ma dobbiamo anche prestare attenzione all’opera dello Spirito Santo intorno a noi. Dio non ha rinunciato al suo popolo o al suo mondo. Egli è all’opera non solo in noi e attraverso di noi, ma anche intorno a noi: riusciamo a vederlo?

Potremmo essere più vicini al suo ritorno di quanto la maggior parte di noi possa mai pensare!

 

Di Daniel Duda, il direttore dell’Educazione nella Divisione Trans-Europea della Chiesa Avventista del Settimo Giorno

Fonte: https://www.adventistreview.org/1910-22

Traduzione: Tiziana Calà

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Avventista Magazine

La rivista ufficiale della Federazione Chiesa Avventista del Settimo Giorno della Svizzera romanda e in Ticino.

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