LA MISSIONE NELL’ERA DEI RIFUGIATI E DEI MIGRANTI

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Circa 300 persone hanno partecipato al convegno “La missione nell’era dei rifugiati e dei migranti”, tenutosi a metà settembre presso la Andrews University, istituzione avventista del Michigan (Usa), e organizzata dal dipartimento di missione globale del Seminario teologico dell’università e da altre entità avventiste nordamericane.

“Abbiamo scelto il tema molto attuale dei migranti e dei rifugiati perché è una problematica missiologica, politica, economica… Tutti noi viviamo in un contesto politico, ma il nostro compito di cristiani è quello di offrire aiuto ai rifugiati e ai migranti che arrivano sulle nostre coste, così come ha fatto Cristo”, ha dichiarato Gorden Doss, organizzatore principale dell’evento e docente di missione globale alla Andrews.

Numerosi relatori, arrivati da varie località e con diversi background, hanno parlato in plenaria o nei 42 seminari in gruppi.

Sung Kwon, direttore di Acs (Adventist Community Services) nella Regione nordamericana (Nad) della denominazione, ha chiesto all’intera chiesa di guardare oltre la politica sull’affluenza di migranti e rifugiati, per essere una comunità missionaria che opera attivamente nella società, senza ipocrisia. Ha sottolineato la necessità della tempestività e dell’affidabilità nella risposta ai problemi. “Non è la chiesa di Dio ad avere una missione”, ha affermato, “È il Dio della missione che ha una chiesa”.

Umanizzare i rifugiati
Gabriela Phillips, coordinatrice delle Relazioni avventiste con i musulmani presso la Nad, ha sottolineato la necessità di ridare dignità ai rifugiati e di ascoltare le loro voci nella confusione della loro migrazione. Un giorno, un suo amico rifugiato le ha chiesto: “In che momento diventiamo di nuovo persone normali?” Questa domanda esprime la necessità dei rifugiati di essere ascoltati e accolti in modi che favoriscano la normalità, l’indipendenza e la dignità umana.

Ha poi chiesto alla Chiesa di “ri-umanizzare le persone senza volto che sono dietro le etichette socioeconomiche”, riconoscendo che siamo stati creati a immagine di Dio e abbiamo la capacità di essere razionali, amorevoli, premurosi e di creare legami spirituali con gli altri.

“Amiamoli. Questa è la cosa più grande”, ha affermato Will James, pastore di una delle chiese avventiste di San Diego, in California, “I rifugiati sono soli, sperduti, non hanno amici, non sanno cosa fare, dove andare, come funziona il sistema. Hanno bisogno di qualcuno che li ami per quello che sono e li aiuti, qualunque siano le loro esigenze”.

James ha ricevuto i ringraziamenti da Shirley e Jerry Finneman, della chiesa avventista di Battle Creek, in Michigan, per averli motivati a lavorare a favore dei rifugiati della loro comunità. Ora la chiesa ospita un centro inter-denominazionale che collabora con diverse organizzazioni locali per offrire corsi di inglese, di canto, di giardinaggio e coltivazione di orti pubblici e altre attività per i rifugiati.

Il convegno non è stato solo teorico, ma anche pratico. Un periodo è stato dedicato da partecipanti e studenti della Andrews a riempire numerosi zaini per i bambini rifugiati siriani.

Una storia di vita
Tra gli ospiti era presente Mariela Shaker, che nel 2015 ha ricevuto il premio “Champion of Change for World Refugees” dal presidente Barack Obama. La giovane ha raccontato la sua storia di rifugiata siriana. Era all’Università di Aleppo per ricevere la laurea, quando l’ateneo fu bombardato e 82 studenti morirono. Trascorse i successivi sei mesi correndo sotto le bombe e i colpi di mortaio per trovare un accesso a Internet funzionante e poter inviare la sua candidatura alle università degli Stati Uniti. Fortunatamente un musulmano dell’Arabia Saudita l’aiutò a frequentare il Monmouth College, in Illinois.

“Vivo in constante paura per la mia famiglia e i miei amici che lottano ancora per sopravvivere ad Aleppo, e non hanno il necessario per vivere. Ogni giorno, mi chiedo se domani saranno vivi e se un giorno potremo tornare insieme”, ha affermato Shaker.

Ha poi chiesto di guardare i rifugiati non come fardelli, ma come persone sfollate che hanno bisogno di una seconda opportunità. “In Siria ci sono molte persone di talento, ma la vita nel Paese è veramente impossibile; lì vivono l’orrore e rischiano la morte ogni giorno”, ha continuato, “La Siria ha bisogno di aiuto. Dobbiamo ascoltare di nuovo il suono della musica, al di sopra delle armi”.

Una standing ovation ha accolto la storia di Shaker e i partecipanti hanno pregato per lei in arabo e inglese.

Si è anche parlato della necessità di vedere il rifugiato o la questione degli immigrati da una prospettiva biblica e non solo da un punto di vista politico, economico o legale. “Non cominciate dallo status giuridico di un immigrato, ma dal fatto che è una persona”, ha affermato Daniel Carroll, del Wheaton College Graduate School in Illinois.

La Bibbia è piena di esempi di migrazione. Tramite la vita di personaggi come Giuseppe, Mosè, Giacobbe, Ruth e tanti altri, vediamo che Dio opera attraverso la migrazione delle persone. “I modelli migratori del mondo fanno parte del movimento e della missione di Dio che ci ha chiamati a svolgere un ministero in mezzo a loro”, ha concluso Carroll.

Definizione e dichiarazione
Dean Coridan, presidente della Federazione delle chiese avventiste di Iowa e Missouri, ha chiarito la differenza tra migranti e rifugiati. “È un errore accorpare migranti e rifugiati. Gli immigrati hanno il desiderio di venire in questo Paese. I rifugiati sono qui perché non possono vivere nel loro Paese a causa della persecuzione o delle guerre civili”, ha spiegato, sottolineando anche che essere immigrato o rifugiato non dovrebbe influire sul modo in cui dobbiamo trattali. “Entrambi i gruppi hanno bisogno e la chiesa può aiutarli come fratelli e sorelle in Cristo”, ha concluso.

Come atto finale, è stata votata la seguente dichiarazione ufficiale:
“I partecipanti al convegno condividono la profonda convinzione che svolgere un ministero in favore dei rifugiati e dei immigrati sia un elemento fondamentale della missione della chiesa. Crediamo che il ministero tra i rifugiati debba far parte dell’impegno delle chiese locali nei confronti della missione. Pertanto, raccomandiamo azioni adeguate per migliorare la cooperazione avventista con altre organizzazioni e sviluppare i ministeri per i rifugiati e i migranti all’interno della chiesa”.  – ARnews/Notizie Avventiste

(Foto: Clarissa Clarbungco e Shiekainah Decano)

Fonte: news.avventisti.it/

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