Il Brasile e gli evangelici dopo il voto

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Davide Romano – La vittoria di Jair Bolsonaro non ha sorpreso nessuno e non ha certamente capovolto alcun pronostico.

Dopo l’uscita di scena dell’ex presidente Lula, con accuse e metodi piuttosto sconcertanti, un vero antagonista in grado di contendere all’ex capitano dei paracadutisti e parlamentare di lungo corso, la vittoria, non c’era. Fernando Haddad, lo sfidante più accreditato arruolato frettolosamente per sostituire Lula e rappresentare il Pt, ha fatto davvero quello che ha potuto. Non poco tutto sommato, visto il recupero conseguito tra il primo e il secondo turno.

La “sorpresa”, ma con le virgolette si noti bene, va cercata dunque altrove.

Si è detto e scritto che circa il 70% degli evangelici hanno fatto campagna elettorale per lui; soltanto commentatori maggiormente familiarizzati con l’eterogeneo e plurale mondo denominazionale e lessicale evangelico hanno provato a distinguere e fare chiarezza tra: evangelici, cioè protestanti in senso lato, ed evangelicali termine quest’ultimo che identifica, ancorché approssimativamente, chiese e denominazioni nate pur sempre all’interno del grande solco protestante ma caratterizzate da una accentuazione particolare sulla dimensione morale – e moralistica – della fede cristiana individuale; un’enfasi sul carattere prescrittivo anche di taluni passi biblici decisamente bisognosi di maggiore analisi critica; una forte connotazione missionaria, a tratti scopertamente proselitistica, volta cioè a realizzare una crescita numerica massiva prescindendo talvolta dalla qualità della testimonianza evangelica; e sovente inclini a enfatizzare le ricadute positive ed economicamente promettenti di una fedeltà ai dettami divini, secondo quella che viene ormai sempre più definita una teologia della prosperità.

Gli evangelicali hanno espresso certamente in misura notevole apprezzamento e adesione alla campagna del candidato Bolsonaro, anche perché costui con sapienza ha saputo guadagnarsi le loro simpatie presenziando a grandi liturgie religiose e lasciandosi imporre le mani da nugoli di pastori, promettendo una difesa della famiglia tradizionale, esprimendo disprezzo verso le persone omosessuali, giurando di espungere dalle scuole ogni dottrina del gender e garantendo moralità e ordine e una nazione devota a Dio. Tutti elementi di una narrazione accuratamente studiata per catalizzare il consenso di un certo elettorato religioso, ma che non sempre, vista da vicino, ha molto spessore semantico e coerenza biografica, dato, per esempio, che il candidato Bolsonaro di famiglie tradizionali ne ha fin qui avute tre: e la sua attuale compagna, la terza appunto, di stretta fede evangelica pentecostale, l’ha conosciuta in Parlamento.

Tornando al mondo religioso che lo sostiene, non ci interessa fare l’elenco dei buoni e dei cattivi, anzi sarebbe stupido, ma alcune cose bisogna cionondimeno precisarle.

Gli evangelici, perlopiù di estrazione evangelicale come dicevamo, che ne hanno sostenuto la campagna elettorale sono grosso modo gli stessi che nel 2002 e nel 2006 sostennero Lula, portandogli in dote almeno 4 milioni di voti. Cosa li ha spinti a una simile virata ideologica?

Inoltre bisogna aggiungere che anche settori consistenti del mondo cattolico carismatico sembrano averlo appoggiato, per quanto ufficialmente la conferenza episcopale brasiliana abbia evitato di schierarsi.

Torna dunque a configurarsi per l’ennesima volta una specie di tacita alleanza tra frange del cattolicesimo più tradizionale e carismatico e consistenti porzioni del mondo evangelicale, a sostegno di politiche di impronta conservatrice e talvolta marcatamente reazionaria, come nel caso dell’elezione di Donald Trump.

La convergenza tra questi mondi che sarebbero confessionalmente distanti sarebbe garantita da una comune piattaforma valoriale che prevede: il rifiuto di ogni riconoscimento di nuove forme di famiglia che non sia quella cosiddetta “naturale”, il no all’aborto, la stigmatizzazione sociale dell’omosessualità, il no al fine vita, e in generale il pronunciato favore verso un indirizzo politico che acceleri sul versante della de-secolarizzazione e produca una società sempre più attenta a determinati valori religiosi.

Va da sé che una simile bio-politica, per essere attuata, richiede istituzioni pubbliche poco laiche, tendenzialmente avverse al pensiero liberale e ai diritti individuali e pericolosamente inclini ad accettare un verbo religioso pervasivo.

La Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, che pure è sensibile ad alcune tematiche care al mondo evangelicale, ha sempre guardato con profondo sospetto a ogni interferenza della chiesa o delle chiese nei confronti delle istituzioni pubbliche. Essa non dà indicazioni di voto ai fedeli e non ha fiancheggiato l’elezione di Jair Bolsonaro, né di altri candidati.

Bolsonaro per parte sua, nel suo primo discorso da presidente in pectore, ha dichiarato di voler tutelare la libertà in tutte le sue manifestazioni, citando esplicitamente la libertà politica e la libertà religiosa. Non ci rimane che sperare che molte delle sue eccentriche prese di posizione, talvolta di inusitata violenza e rozzezza, rimangano esternazioni gradasse, volte a infervorare i suoi potenziali supporter in campagna elettorale, e si volga, per contro, risolutamente al perseguimento di obiettivi politici rispettosi di tutte le persone e di tutti gli orientamenti.

Fonte: news.avventisti.it/

[Immagine: Pixaby]

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La rivista ufficiale della Federazione Chiesa Avventista del Settimo Giorno della Svizzera romanda e in Ticino.

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